Il Presidente di Patek Philippe, Thierry Stern, Racconta La Watch Art Grand Exhibition di Milano

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10 Maggio 2026
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IWS incontra il Presidente di Patek Philippe Thierry Stern

IWS: Oggi abbiamo l’onore di conversare con il signor Thierry Stern. E’ un piacere e un onore.
Vorremmo parlare della prossima Watch Art Grand Exhibition di Milano e delle novità presentate quest’anno, ma partirei dall’identità stessa di Patek Philippe. La Maison incarna da sempre un’idea di continuità, di tradizione e di visione tramandata nel tempo. Come immagina il futuro della manifattura e il dialogo tra le generazioni che ne custodiscono l’eredità?

Il Presidente di Patek Philippe Thierry Stern e Il fondatore di IWS Fabrizio Bonvicino

Thierry Stern: Quando si parla di Patek Philippe, il tema della famiglia emerge inevitabilmente. Ma prima ancora della continuità generazionale, c’è qualcosa di essenziale: la passione. È da lì che tutto ha origine.

Non si può guidare una Maison come questa senza un legame autentico con l’orologeria. Bisogna conoscere il prodotto nel profondo, comprenderne ogni elemento: il movimento, la cassa, il quadrante, le proporzioni, il suono di una ripetizione minuti. Tutto contribuisce a costruire l’identità di un orologio.

Io appartengo alla quarta generazione della famiglia Stern, mentre la quinta sta iniziando oggi il proprio percorso. Uno dei miei figli lavora già con me ma credo che certe cose non possano essere imposte. Devono nascere in modo naturale. Come genitori, possiamo offrire educazione, strumenti, opportunità. Possiamo trasmettere una cultura del prodotto, una sensibilità, una visione. Ma poi ciascuno deve trovare autonomamente il proprio posto. Mio figlio è entrato in Patek Philippe perché lo desiderava davvero, ed è questo l’aspetto più importante. Quando la passione è sincera, si riflette inevitabilmente nella qualità del lavoro.

E poi c’è un altro aspetto fondamentale: nessuno costruisce qualcosa del genere da solo. Patek Philippe è fatta di persone che condividono la stessa cultura e lo stesso rispetto per il prodotto. È questo spirito collettivo che permette alla Maison di evolvere senza perdere la propria identità.

IWS: La passione è chiaramente il motore di tutto. Ma è anche un percorso di apprendimento continuo. Com’è stato per lei agli inizi? Era intimorito? Emozionato?

Thierry Stern: Intimorito no, non direi. Emozionato, assolutamente sì.

I primi viaggi, le prime fiere, i primi incontri internazionali… all’inizio ogni esperienza ha un’intensità particolare. Ma insieme all’entusiasmo arriva anche una consapevolezza molto importante: capire quanto ci sia ancora da imparare. Credo che all’inizio sia fondamentale osservare, ascoltare, lasciarsi guidare da chi ha più esperienza. Avere accanto una figura di riferimento è prezioso. Poi si cresce gradualmente, un passo alla volta. Nessuno arriva preparato a tutto sin dal primo giorno.

Si commettono errori, naturalmente. Ma fa parte del processo. È così che si sviluppano sensibilità, esperienza, sicurezza. Anche la pressione fa parte di questo percorso. Quando si entra in una Maison come Patek Philippe, il peso della responsabilità esiste inevitabilmente. Ma con il tempo si impara a conviverci. Oggi quella pressione è ancora presente, ma ha assunto una forma diversa. Forse, adesso, si trova più sulle spalle della nuova generazione.

IWS: Ascolta ancora personalmente ogni ripetizione minuti prima che lasci la manifattura?

Thierry Stern: Sempre. Per me è qualcosa di assolutamente fondamentale. Ho imparato ad ascoltare una ripetizione minuti osservando mio padre. Ricordo ancora quanto fossi colpito dalla sua capacità di riconoscere immediatamente la qualità di un orologio semplicemente attraverso il suono. All’epoca mi sembrava quasi inconcepibile.

Ogni ripetizione minuti va incontro ad un test effettuato da Thierry Stern in persona

Una ripetizione minuti non si giudica soltanto dal punto di vista tecnico. C’è l’armonia tra ore, quarti e minuti, la vibrazione del gong, la durata del suono, la profondità della tonalità. Sono dettagli estremamente sottili, ma determinano il carattere stesso dell’orologio.

Quando ero giovane, percepire tutte queste sfumature mi sembrava impossibile. Oggi, invece, bastano pochi istanti per capire se un pezzo possiede il giusto equilibrio. Potrei probabilmente riconoscere una referenza semplicemente ascoltandola. Ed è proprio questo tipo di sensibilità che cerco oggi di trasmettere alla nuova generazione. Mio figlio viene spesso con me durante queste verifiche, e provo a insegnargli non soltanto cosa ascoltare, ma soprattutto come sviluppare quell’ascolto.

Non permetterei mai che una ripetizione minuti lasciasse la manifattura senza la mia piena approvazione. Anche se il cliente dovesse attenderla per un’occasione importante, se il risultato non è perfettamente all’altezza preferisco rimandarne la consegna. Talvolta significa chiedere all’orologiaio di riprendere il lavoro da capo. E so bene cosa comporti, perché spesso parliamo di oltre cento ore di lavoro. Per questo il dialogo con i nostri artigiani è essenziale. C’è rispetto reciproco, confronto continuo, una ricerca condivisa della perfezione.

E a volte capita persino che cerchino di mettermi alla prova, presentandomi volutamente un pezzo non perfetto per vedere se me ne accorgo. E sì… me ne accorgo.

IWS: Parlando delle novità di quest’anno e dell’anniversario del Nautilus, c’è un modello di cui è particolarmente orgoglioso?

Thierry Stern: Per me il vero successo non è mai legato a un singolo orologio. La vera sfida consiste nel costruire una collezione coerente, forte, capace di funzionare nel suo insieme.

Presentare un modello di successo è relativamente semplice. Presentarne quindici o venti nello stesso anno, riuscendo a mantenere coerenza, equilibrio e desiderabilità su tutta la collezione, è qualcosa di molto diverso. Quando lanciamo nuove referenze, naturalmente speriamo che vengano apprezzate. Ma alla fine sono i clienti, i collezionisti e i retailer a decidere. A quel punto il nostro lavoro è compiuto.

In Patek Philippe la creatività occupa un ruolo centrale. Continuiamo a sviluppare nuovi movimenti, nuove architetture estetiche, nuove proporzioni. E ciò che spesso sorprende chi osserva il nostro lavoro dall’esterno è quanto lontano guardiamo nel tempo.

Oggi sappiamo già quali movimenti presenteremo nei prossimi decenni. Sul fronte del design lavoriamo sempre con diversi anni di anticipo. È indispensabile farlo, perché ogni nuovo progetto richiede tempo: bisogna sviluppare il prodotto, preparare gli orologiai, formare il servizio post-vendita.

Un orologio meccanico è qualcosa che deve durare nel tempo, ed è nostra responsabilità accompagnarlo anche dopo la consegna.

Persino oggi sto già lavorando al bicentenario di Patek Philippe. Forse io non sarò presente quando arriverà quel momento. Ma magari sarà mio figlio Adrian a presentare quegli orologi. Ed è un pensiero che trovo molto bello.

IWS: Quest’anno Patek Philippe porterà la Watch Art Grand Exhibition a Milano. Perché avete scelto Milano?

Thierry Stern: Non è stata una decisione semplice. Stavamo valutando diverse possibilità, tra Europa e Medio Oriente. Ma Milano ci è sembrata immediatamente la scelta più naturale. È una città internazionale, elegante, culturalmente attiva ed è un luogo dove esiste una vera sensibilità per l’orologeria.

Ricordo ancora una frase che mio padre ripeteva spesso: “Se agli italiani piace un orologio, quell’orologio avrà successo ovunque.” È una frase che mi accompagna ancora oggi.

Patek Philippe Watch Art Grand Exhibition a Milano nel 2026

Il mercato italiano è competente, appassionato, estremamente esigente. Le persone qui comprendono davvero gli orologi, e questo rende l’esposizione ancora più significativa.

La Watch Art Grand Exhibition riunirà il meglio di Patek Philippe: orologiai, artigiani, Rare Handcrafts, pezzi storici provenienti dal museo, novità di collezione. L’idea non è semplicemente presentare degli orologi, ma condividere tutto ciò che accade dietro le quinte della Maison. Vogliamo mostrare il savoir-faire, la cultura, il tempo e il lavoro che esistono dietro ogni creazione.

IWS: Le Rare Handcrafts rappresentano una delle espressioni più alte della Maison. Quanto è complesso sviluppare creazioni ispirate a un Paese e alla sua cultura?

Thierry Stern: A dire il vero, la parte più complessa non è crearle, ma assegnarle. Quando organizziamo una grande esposizione in un Paese che non è il nostro, ritengo importante lasciare qualcosa a quel Paese. Per questo alcune Rare Handcrafts e referenze speciali saranno dedicate esclusivamente al mercato italiano. È una forma di rispetto.

La vera difficoltà arriva dopo, perché improvvisamente tutti vogliono diventare italiani. Ma le Rare Handcrafts non nascono da una logica commerciale. Sono prima di tutto un’espressione di cultura, tradizione e passione. Servono a preservare mestieri e tecniche artistiche che rischiano lentamente di scomparire. Quando qualcuno acquista uno di questi pezzi, diventa in qualche modo custode di quell’arte e di quella storia.

IWS: Un’ultima domanda. La collezione Cubitus ha suscitato grande attenzione sin dal suo debutto. Guardando al percorso compiuto finora, come descriverebbe oggi la sua evoluzione?

Thierry Stern: Quando si sviluppa una collezione come Cubitus, bisogna ragionare con largo anticipo. È un po’ come una partita a scacchi: ogni decisione è legata a quelle che verranno dopo.

La scelta di interrompere il Patek Philippe Nautilus 5711 faceva parte di una visione molto più ampia. Da un lato avevamo bisogno di quei movimenti per sviluppare Cubitus; dall’altro sentivo che il ciclo del 5711 si fosse concluso in modo naturale. Ne avevamo prodotti abbastanza.

Cubitus era in cantiere da anni. Oggi ha trovato il proprio spazio all’interno della linea sportiva della Maison, accanto a Nautilus e Aquanaut. Possiede un’identità precisa, un linguaggio proprio, un DNA chiaramente riconoscibile. All’inizio immaginavamo potesse parlare soprattutto a una clientela più giovane. In realtà, sono stati immediatamente anche i grandi collezionisti a desiderarlo.

Alla fine, la mia filosofia rimane invariata: qualità prima della quantità. Sempre. Non ho azionisti che mi impongano di aumentare i volumi. Posso prendere decisioni pensando esclusivamente a ciò che ritengo corretto per il marchio e per il futuro della mia famiglia.


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