Presente e futuro dell'orologeria con Beppe Ambrosini

Scritto da:Andrea C.|
9 minuti

È uscito il nostro video su YouTube, la nostra intervista, a Beppe Ambrosini, amico e Direttore Generale di IWC Italia , in veste non ufficiale.
Abbiamo deciso di riportarvi la nostra intervista in questo articolo, dove troverete il nostro Direttore Editoriale, Andrea Casalegno (che scrive in terza persona perché è strano) segnato come AC, in compagnia di Beppe Ambrosini, indicato come BA.

Per chi preferisse leggere, si fosse perso il video, o semplicemente capitasse qui per caso, vi lascio il link di sotto. Buona visione e… buona lettura!


L’intervista

AC: Ciao ragazzi, ben tornati su Italian Watch Spotter, oggi siamo qua in compagnia dell’amico Beppe Ambrosini e di questa bellissima Maserati a fare un giro e quattro chiacchiere in questa splendida giornata di sole!

AC: Eccoci qua grazie per essere qui con noi!

Beppe Ambrosini ma tutti ti chiamano Beppe, come mai?

BA: Eh è un marchio di fabbrica, come gli orologi iconici: tu chiami Reverso e sai che è uno Jaeger LeCoultre.. Mi chiami Beppe e sai che è Ambrosini. Mi chiamano più Beppe che Ambrosini… è sempre stato così non so perché.

AC: Per chi di voi magari ci vedesse per la prima volta, ricordiamo che Beppe Ambrosini è Direttore Generale di IWC, nonché delegato italiano della Fondazione di Alta Orologeria, oggi in veste non ufficiale, senza abiti da lavoro diciamo.

BA: No, esatto, facciamo due chiacchiere.

Beppe Ambrosini

AC: Assolutamente, un bel giro! Sfruttiamo il sole di questa Milano incredibile…
Senti Beppe, io ne ho parlato spesso con te, tu ormai fai 45 anni di onorata carriera nell’alta orologeria: come hai cominciato? Era una passione dei tuoi?

BA: Nono, i miei facevano tutt’altro, vendevano ombrelli. Mio padre e mio nonno fabbricavano ombrelli. Veniamo da un piccolissimo paese del Piemonte che si chiama Gignese, dove c’è anche un museo dell’ombrello. Poi i miei si trasferirono a Bari, fecero ombrelli a Bari… non so perché a Bari eh.

A Bari sono nato e ho fatto tutti gli studi lì. Poi, nel ’76, sono arrivato a Milano. Ero sempre stato un grande appassionato di orologeria, gli orologi e le macchine sono le mie due passioni.

Ho avuto l’opportunità di entrare in Girard Perregaux nel ‘76 e da lì non ne sono più uscito.

AC: 76 avevi quanti anni?

BA: Non mi ricordo [risate]…  pochi! Vita universitaria a Bari… ho cominciato a 23 anni credo. Ho cominciato come rappresentante di Girard Perregaux in Piemonte e Liguria…

Quindi Fiat 127…  allora non c’erano navigatori, non c’era l’aria condizionata, non c’erano gli iPad, non c’era niente.

C’erano queste valigie… due valigie da 20 kg ognuna, perché dovete sapere che all’epoca gli orologi si consegnavano di presenza.

Quindi non facevi l’ordine e poi l’azienda spediva, ma dovevi partire con la valigia bella piena, andare dal concessionario che sceglieva l’orologio, gli veniva consegnato e successivamente gli arrivava la fattura con la scatola e la garanzia. Quindi così ho cominciato: dalla gavetta.

IWC edizione limitata per l’Unità d’Italia

AC: Mamma mia! E senti cosa secondo te più di tutti cambiato nel settore dell’orologeria?

BA: É cambiato tutto, cioè è cambiato il mondo, perché quando noi giravamo con le famose valigie avevamo il bagagliaio rinforzato per le rapine. Tra un po’ come vedi anche le fiere saranno fiere digitali, non più in presenza.
Devo dire che il Covid ha dato un’accelerata pazzesca. Ha anticipato di almeno 5 o 6 anni tutto quello che sarebbe successo in maniera più graduale.
Adesso, guarda, proprio la settimana scorsa abbiamo fatto nelle vendite a dei clienti finali tutto attraverso le Zoom Conference.
Delle cose che io stesso non immaginavo fossero possibili. Ho sempre pensato che l’orologio, che appunto è un oggetto di valore, l’acquirente avrebbe voluto indossarlo, provarlo, ma oggi non è più così, la tecnologia ha fatto passi da gigante.

AC: Però, dai, devo dire che tu te la cavi bene con la tecnologia, sei attivissimo sui social. Come li vivi? Cioè come ti trovi? In questo mondo che ancora un po’ nuovo anche per noi…

BA: Mi sono sempre adeguato ai tempi e questo mi ha aiutato moltissimo. Non mi sono mai soffermato al momento in cui vivevo, già guardavo avanti, qualche volta sono riuscito anche ad anticipare i tempi.

AC: Mi raccontavi del primo orologio in gomma, primi teschi sui quadranti… ma da dove ti è venuta l’ispirazione? Cioè :ti alzi la mattina e pensi a una cosa nuova o hai un modus operandi?

BA: No, diciamo un po’ di esperienza, un po’ di sesto senso, un po’ di fortuna! Perché senza la fortuna non vai da nessuna parte. Diceva mio nonno: “abbi fortuna e dormi”. Adesso non puoi più dormire questo è poco ma sicuro, però la componente “C” (NDR: Culo) è sempre molto importante.

AC: C’è una componente anche di rischio da prendersi, mi parlavi di Camille Fournet…

BA: Certo… io da Girard Perregaux andai via nell’84 per andare in Breitling. Ho sempre fatto dei passaggi rischiosi, chiamiamoli così.

Infatti mi davano sempre del pazzo. Avevo lasciato Girard Perregaux che, con il Laureato, che adesso ho visto che è stato rilanciato (giustamente perché un bellissimo orologio, lo era già a quei tempi) stravendeva… Lasciai la responsabilità di Direttore Commerciale di Girard Perregaux in Italia per andare in Breitling, con l’amico Gino Macaluso, che aveva cominciato questa avventura con Breitling. Ricordo la prima visita che ho fatto nell’84 andai da “Fiumi” che all’epoca era un orologiaio di grande fama a Milano in Via Manzoni, un uomo di altri tempi.

Gino Macaluso

Vide il Breitling, che era un orologio spesso per l’epoca. Allora andavano gli orologi molto piatti… Vede questo orologio (ripeto, prima mia visita) e mi disse: “Ambrosini ma lei vendeva orologi e adesso vende locomotive HA HA HA”.

Io morto. Sono uscito dal negozio dicendo: “Madonna…che cosa ho fatto?! Ho lasciato una marca sicura per andare in Breitling…”.

Invece Breitling fu un successo strepitoso, si vendeva veramente. Lo volevano tutti, erano tutti impazziti per il Breitling.

L’italia è sempre stata una vetrina per tutto ciò che era innovazione, design. Ciò che funzionava in Italia, funzionava in tutto il resto del mondo. Infatti Breitling partì in Italia per poi avere un successo mondiale.

Ho lasciato dopo quattro anni Breitling che si stra-vendeva, per andare a fare questa nuova avventura in Camille Fournet (NDR: azienda di cinturini) e anche lì dissero “sei un pazzo”. Però li stavo rischiando in proprio, da responsabile di un’attività. Prima ero dipendente di un’azienda, ora andavo in una mia azienda. Come socio avevo Albert, un francese. Era una piccola, piccolissima azienda.

All’epoca i cinturini erano solo neri e marroni. Noi avemmo l’idea di osare (bisogna sempre osare) e di creare cinturini di tutti i colori: rossi, gialli, verdi, blu. Avevamo oltre 60 varianti di colori e più pelli, dal coccodrillo, alla lucertola, allo struzzo.

Andai da David Connolly a Londra. Come vedi sono appassionato di auto, lo ero anche allora e quindi avevo una Jaguar con questo profumo di questa pelle fantastica. E quindi andai a Londra da David Connolly e chiesi l’esclusiva per questi cinturini con pelle che era utilizzata solo per autovetture all’epoca. Mr.Connolly non ebbe nessun problema a darci questa esclusiva e anche in quel caso ne vendemmo tantissimi.

Il nostro primo cliente era il gruppo Richemont, all’ora Vendome, quindi il passaggio fu quasi automatico. Il Dottor Cologni, grande amico, all’epoca presidente del gruppo, mi chiese di andare in Piaget.

Quindi sono rientrato in Italia dopo dieci anni di Francia e sono andato a fare il Direttore Generale e Amministratore Delegato di Piaget SPA.

AC: Mi hai fatto notare una cosa interessantissima: quello che prima funzionava in Italia, funzionava anche all’esterno, è ancora così secondo te?

BA: Mmh sì e no. Adesso l’Italia non dico che è sottostimata però l’influenza cinese sta avendo una prevalenza, quindi non siamo più tenuti in questa grande considerazione come era negli anni ’90 e 2000…

AC: Però mi sembrano meno meno trend-setter, hanno un gusto meno definito in un certo senso…

BA: Beh qui abbiamo una cultura notevole, abbiamo la prima orologeria italiana, Hausmann che ha più di duecento anni…

AC: Prima parlavi di Laureato, oggi si tende ad abusare di questa parola “icona”, è tutto iconico. Però io se penso anche appunto al Laureato, ancora di più all’Ingenieur… Secondo te c’è qualche pezzo che avrebbe meritato di andare in questo panorama di icone che c’è oggi? E qualche pezzo che secondo ci andrà?

BA: Guarda, hai toccato una nota dolente con l’Ingenieur. Io sono un super appassionato dell’Ingenieur, disegnato anch’esso da Gérard Genta. L’Ingenieur SL… sono anni che cerco di spingere IWC a riprodurre questo modello, che è un modello iconico, è un modello bellissimo che sono sicuro avrebbe un successo planetario.
Lo vediamo con il Nautilus, lo vediamo con il Royal Oak che portano tutti la firma di Gérald Genta, che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere di esserci amico.

Credits: Crabwatch

AC: Purtroppo sì, speriamo che nasca qualcosa!

BA: Il Laureato è un altro bell’orologio, un orologio con una storia, un orologio di design, dimenticato…

AC: Ogni tanto un po’ dimenticato è vero

BA: Dimenticato un po’ come l’Universal Geneve

AC: Sì, anche se negli ultimi anni ha avuto la sua spinta. Il Polerouter ormai è introvabile però sì… BA: Però vai sul vintage…

AC: Assolutamente

BA: Peccato, perché è una marca con tantissima storia: il Tri-Compax… ne abbiamo da parlarne.

AC: Mano di Genta anche lì…

BA: In alcuni sensi sì!

AC: Senti noi siamo qua… non mi sembra vero, col sole! Mi sembra un po’ Miami Vice…

BA: Esatto

AC: Ma dicci di più, perché io ormai lo so, ma noi siamo qua su questa Maserati particolare…

BA: É una Zagato!

AC: Assolutamente sì, esatto. È la tua seconda passione?

BA: Sì è la mia seconda passione, i motori. Vintage, anche in questo caso, quindi macchine d’epoca, moto d’epoca e sono sicuro che saranno, e continuano a essere, un buon investimento. Soprattutto quando gli amici cinesi si renderanno conto di quello che appunto può essere il vintage. Sono macchine e orologi che non ce ne sono più, quindi tutto quello che non c’è, che non puoi più avere, avrà una e ha una valenza. Guarda com’è rifinita questa macchina: pelle e radica da buttar via (NDR: in grande quantità)

AC: Più comoda della mia! (NDR: auto moderna)

BA: Con poltrone… tipo poltrone Frau

AC: Ecco ma se invece torniamo agli orologi, cosa pensi siano oggi i tratti distintivi, i motivi, i punti di forza dei brand che stanno avendo successo?

BA: Eh! Allora guarda ritorniamo ai tre orologi: Audemars, Patek e Rolex. O Rolex, Patek e Audemars… come vuoi tu.
Tutte e tre, guarda caso, non fanno parte di gruppi, sono aziende indipendenti, non devono dar conto ad azionisti. Decidono una strategia e la portano avanti: Audemars Piguet decide di non avere più una distribuzione nel wholesale e di andare solo nel retail? Lo decide e lo fa.
Per farti un esempio, anche nella produzione modelli: Patek Philippe, 5711, la gente si strapperebbe i capelli (io non posso perché non ce li ho) pur di averlo, allora quelli decidono di non farlo più, lo tolgono.

AC: Quindi l’indipendenza secondo te?

BA: L’indipendenza aiuta molto, non ci sono tutti i passaggi della filiera del grande gruppo.

AC: Certo, rallentano moltissimo…

AC: Noi sai che siamo nati con lo spotting quindi domanda un po’ di rito: io penso a IWC, voi avete Rudy Zerbi, avete Pierfrancesco Favino…

BA: In italia

AC: Per te qual è il ruolo del brand ambassador? Vogliono dire ancora qualcosa? Sono importanti o si potrebbe fare diversamente?

BA: Allora, negli anni 80-90 il testimonial era tutto. Tu non c’eri neanche, ma la pubblicità dell’epoca era basata sul testimonial in grande con l’orologio al polso che si intravedeva e quindi la gente diceva: se… non so dimmi un nome…

AC: Sì lasciamo stare il nome…

BA: Se porta l’IWC allora vuol dire che è un buon orologio… oggi non è più così, non ci si riconosce più come un tempo attraverso il personaggio, ci si riconosce attraverso l’orologio

AC: Pensi anche anche tra i giovani ci sia questa cultura? Perché alla fine penso sia un fatto di cultura che si vada a vedere più l’orologio del personaggio

BA: Oggi, scusami, c’è molto più l’apparire, per dire “Io ce l’ho e tu no”. Lo stesso negli orologi. Il Daytona? “Io ce l’ho e tu no”.

AC: Noi abbiamo un sacco di giovani che ci seguono, tu lo sai bene, e tanti, veramente tanti, avrebbero piacere di lavorare nell’orologeria. Noi, lo sai, facciamo alta orologeria.
Secondo te: quali sono le basi per lavorare nell’alta orologeria e che consiglio daresti ad un giovane che, nel 2021, prende questa strada un po’ rischiosa e difficile?

BA: Oggi è difficile anche perché si sta riducendo la distribuzione, la tecnologia come ho detto prima, sicuramente toglierà spazio… Una volta avevi bisogno anche del rappresentante per poter vendere il tuo prodotto, oggi no. Quindi l’appassionato di orologeria che vuole entrare nel nostro mondo, o segue la strada del secondo polso. (Quindi apre negozi dove può parlare di orologeria, senza avere le concessioni, sempre più difficili e complicate da avere: la distribuzione si sta riducendo, è un dato di fatto, non è che lo dico io). Ci sono pochissimi riparatori di orologi invece, e abbiamo sempre bisogno di gente che ripari.

AC: Come si diceva in generale per il vintage…

BA: Esatto. Quindi, per chi vuole avvicinarsi al mondo dell’orologeria, consiglierei senz’altro le scuole di orologeria perché servono riparatori. Ce n’è pochissimi. Non è un lavoro facile, è un lavoro molto difficile e complicato. Stai lì 8 ore con questa lente… Ecco: la tecnologia lì non può far nulla,

AC: Non ci può aiutare più di tanto.

BA: Lì ci vuole le mani… la manodopera. Ci vuole l’esperto, il Maestro Orologiaio

AC: Un po’ un ritorno al passato, in un certo senso

BA: Beh, lì è immutato.

AC: Se tornassi indietro, cosa cambieresti nella tua carriera nel mondo dell’orologeria?

BA: Son sincero: sono contento e felice, non ho impianti… Non cambierei nulla. Sono soddisfatto e contento della mia carriera. È stata una carriera anche internazionale perché ho girato il mondo: sia con Camille Fournet che con Corum, perché ero direttore internazionale ed ho un’esperienza non solo nazionale. Sono stato imprenditore, sono stato dirigente, rappresentate…

AC: Sei un bell’esempio, almeno ci racconti qualcosa da tutti questi mondi…

BA: Non sono stato un riparatore, non dovuto riparare gli orologi, al massimo li sfascio.

AC: Fai sempre in tempo, visto che ora è la domanda più gettonata: “Dove va Ambrosini?”. Magari lo troviamo alla scuola di orologeria!

BA: Magari Ambrosini non farà più niente… non si sa! Fra un po’ andrò in pensione, ho 67 anni, quindi ho raggiunto l’età pensionistica

AC: Che in Italia non è come dirlo…

BA: Eh certo, non è da tutti!
Quindi vedremo…

AC: Hai una storia particolare? Non so… la più divertente che ti sia mai capitata? In 45 anni immagino che non ce ne siano poche

BA: Guarda, un aneddoto simpatico che ricordo (me ne sono successe di tutti i colori): ‘77 in Piemonte, vendo, come ti ho detto, gli orologi in presenza

AC: All’inizio proprio! 76.. quindi un anno dopo!

BA: Esatto! Vado da un cliente, Cordera Soltuore: già il nome… Di Strombino, Piemonte. Metto lì tutti gli orologi con i rotoli, lui mi guarda e mi dice.. Spero di dirlo in corretto piemontese, che sennò gli amici piemontesi…

AC: Anche io sono mezzo piemontese eh!

BA: Ecco, vedi, anche io sono mezzo piemontese! Mi dice: “Mi vuria na mustra d’acier pareil
Io mi dico “ma cosa mi sta dicendo?!”, ma da buon venditore gli dico “ce l’ho!”. Lui prende un orologio d’acciaio e mi dice, in dialetto, “ecco cosa voglio”. Non avevo perso la vendita, non avevo fatto brutta figura, ma non l’ho mai dimenticato in tutta la mia vita.

AC: Sì, una scena abbastanza “Amici miei” (NDR: in riferimento alla“supercazzola”, celebre scena del film)

AC: Beppe, abbiamo ripercordo praticamente tutta la tua carriera, guardato un po’ al futuro…

BA: E siamo anche arrivati a destinazione

AC: Assolutamente sì! Speriamo anche in un episodio due in futuro, così portiamo avanti questo.
Grazie per essere stato con noi e grazie per il bel giro

BA: Grazie a voi!

AC: A presto!!

Autore

Andrea C.
Direttore Editoriale
Studente di Ingegneria e appassionato di orologeria da ormai cinque anni, da qualche tempo vive il mondo delle fiere e degli eventi, con precedenti esperienze come redattore ed è attualmente il responsabile dell’online magazine.

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