La chiave del successo di un brand secondo Ulrich Herzog: Chairman di Oris

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23 Gennaio 2026
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Zermatt ci ha accolti come solo certi luoghi sanno fare. Le giornate hanno preso forma attraverso attività e gesti autentici, tipici della vita in quota. Discese sugli sci, passeggiate tra i sentieri innevati e soste in baita, tutti momenti di condivisione, che hanno favorito un clima di complicità e ascolto, preparando naturalmente il terreno agli incontri e ai contenuti che sarebbero seguiti.

È in questo scenario che abbiamo scoperto le due novità presentate da Oris. La prima, una Limited Edition dell’Artelier Calibro 113, dedicata all’Anno cinese del Cavallo.

Accanto a questa, il Big Crown Pointer Date Bullseye, una reinterpretazione contemporanea di un’icona della Maison, fedele al suo heritage ma perfettamente attuale.

E dopo aver toccato con mano i segnatempo e respirato una parte dell’universo Oris, l’incontro con Ulrich W. Herzog, chairman del brand, ha trovato la sua dimensione naturale. L’intervista si è trasformata in un dialogo profondo, in cui sono emersi una direzione chiara, sostenuta da scelte coerenti, e una grande passione. Un confronto che ha poi dato voce ai temi e valori che avevamo già percepito lungo tutto il percorso.

Curiosi di scoprirla?

L’intervista ad Ulrich W. Herzog

IWS: Entriamo nel mondo Oris, qual è la vostra “missione”?

Ulrich: La nostra missione e la nostra visione restano chiarissime: concentrarci sulla meccanica. Già nel 1985, quando tutti parlavano di quarzo, abbiamo deciso di andare controcorrente e investire negli orologi meccanici, soprattutto nel nostro segmento di riferimento. Fu una scelta coraggiosa all’epoca: molti mi dissero che eravamo folli, che il quarzo era troppo preciso per essere abbandonato. Ma io rispondevo costantemente che nella meccanica c’è emozione pura. Si sente, si vive.

IWS: È stato il pubblico a confermare quella scelta?

Ulrich: Assolutamente sì. Furono soprattutto i giovani giapponesi a riscoprire per primi il fascino dell’orologio meccanico: volevano sentire il ticchettio, volevano percepire l’oggetto. In un periodo dominato dal digitale e dagli orologi multifunzione, si è riaccesa l’emozione. Abbiamo capito che quella strada aveva futuro. E avevamo ragione!

Ancora oggi la nostra direzione è la stessa: il futuro è nel passato. Basta guardare i nostri vecchi cataloghi. Ne ho portato uno del 1929, per i 25 anni di Oris. Si percepisce quanta qualità e quanta passione ci fosse già allora. La fabbrica era a Hölstein, come oggi. E anche osservando il lato marketing erano straordinariamente avanti.

IWS: Quanto è importante per Oris il patrimonio storico?

Ulrich: È fondamentale. Siamo molto orgogliosi della nostra eredità. All’inizio producevamo orologi da tasca, poi sono nati gli orologi da polso saldando le anse alle casse. È l’origine di tutto. Solo i marchi con una vera storia possono parlare credibilmente di storia. Questo è uno dei nostri grandi punti fermi.

IWS: Negli anni ’70 e ’80 lei ha vissuto in prima persona la crisi del quarzo. Come vede la situazione attuale del mercato?

Ulrich: Prima di entrare in orologeria lavoravo nel settore bancario e nell’industria petrolifera. È stato un cambiamento radicale: dai grandi volumi fisici e dai grandi numeri finanziari a un prodotto minuscolo, fatto di componenti misurati in centesimi di millimetro. Quando entrai in Oris nel 1978, l’industria orologiera svizzera stava vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia: da 90.000 addetti si scese a circa 30.000. Fu un crollo enorme.

ASUAG non vedeva un futuro per Oris, ma io e il Dr. Portmann sì. Oris aveva costruito una reputazione globale per qualità e design e credevamo che questo patrimonio potesse riportare il marchio sulla strada del successo. Il Dr. Portmann aveva due possibilità: chiudere la fabbrica oppure, insieme a me e ad altri azionisti, assumersi il rischio. Abbiamo scelto di rischiare.

Mentre la crisi attuale è diversa: riguarda più il lusso in generale e riflette l’instabilità globale, le guerre, l’incertezza economica. Ma ogni crisi è anche un punto di svolta. Oggi più che mai le aziende devono avere una missione chiara e restare fedeli al proprio DNA. Se si inizia a rincorrere il mercato salendo o scendendo di fascia senza coerenza, si perde identità. Noi invece siamo indipendenti, finanziariamente solidi, e possiamo “permetterci” di restare fedeli a ciò che siamo.

Ci rivolgiamo a persone indipendenti, che non sentono il bisogno di ostentare un marchio iper-lusso, ma cercano qualità autentica. E credo che questo approccio abbia futuro, anche in un contesto difficile.

IWS: In un mercato dove molti marchi stanno aumentando fortemente i prezzi, qual è la vostra visione e strategia?

Ulrich: Il nostro prezzo di ingresso è attorno ai 2.000 euro, poi saliamo a 3.000 – 4.000 euro con i movimenti di manifattura. Certo, l’inflazione esiste e anche noi dobbiamo adeguare i prezzi, ma non alla stessa velocità di altri brand. La nostra strategia resta quella di offrire valore reale, prodotti autentici e coerenti con il nostro DNA.

La nostra sfida è anche convincere chi oggi indossa solo smartwatch a riscoprire l’emozione e la bellezza di un orologio meccanico. Molte persone ormai portano due orologi: uno smart e uno meccanico. E un orologio meccanico, a differenza di uno smart, può mantenere o persino aumentare il proprio valore nel tempo.

IWS: Cosa significa per voi creare dei segnatempo “innovativi”?

Ulrich: Significa offrire complicazioni utili, non esercizi di stile fine a sé stessi. Noi non realizziamo movimenti eccessivamente complicati e costosissimi come parte delle maison ginevrine. Preferiamo complicazioni come la “pointer date”, che fa parte della nostra storia dal 1939; cinque o dieci giorni di riserva di carica o veri e propri “tool watch” come l’altimetro o il profondimetro. Tutte soluzioni che hanno una reale utilità, anche se sono difficili da sviluppare. Ma vogliamo restare coerenti, approntare sì innovazione ma con buon senso.

IWS: Quella decisione ha garantito il futuro e l’indipendenza di Oris. Quanto è importante questa indipendenza?

Ulrich: Con il management buyout ci siamo resi conto di essere improvvisamente responsabili di noi stessi. All’inizio è stata una sensazione quasi soffocante, come avere poco ossigeno. Ma abbiamo imparato in fretta, siamo diventati più agili e più coraggiosi. Abbiamo preso decisioni audaci, abbiamo fatto le cose a modo nostro e abbiamo capito che i nostri prodotti e le nostre storie avevano un mercato. Alle persone piaceva ciò che Oris rappresentava: i suoi orologi e il suo spirito unico. Oggi l’indipendenza non è solo una struttura aziendale, è una mentalità: è ciò che ci ispira e alimenta ogni decisione che prendiamo.


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