Il filo invisibile che lega fotografia e orologeria, con Achim Heine Head of Design di Leica

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14 Luglio 2026
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L’intervista con Achim Heine Head of Design di Leica

IWS: Quando Andreas Kaufmann ti ha affidato il compito di dare forma alla visione di Leica nell’orologeria, dopo oltre vent’anni trascorsi a definire il linguaggio progettuale del marchio, quale è stata la sfida più grande nel tradurre quella filosofia in un orologio meccanico? Si è trattato di preservare i codici che rendono Leica immediatamente riconoscibile, oppure di ripensarli completamente per il polso?

Achim Heine: Prima di rispondere a questa domanda, credo valga la pena fare un passo indietro, perché questa storia inizia molto prima dell’arrivo di Andreas Kaufmann in Leica.

Quando ho iniziato a lavorare con l’azienda, Leica stava attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia. Continuava a credere di costruire le migliori fotocamere al mondo e, sotto molti aspetti, era davvero così. Nel frattempo, però, il mercato era cambiato. I produttori giapponesi avevano raggiunto un livello tecnico straordinario. Le loro fotocamere erano eccellenti, forse persino superiori in alcuni aspetti. Dal punto di vista del design, però, avevano ormai imboccato una strada completamente diversa. Con l’affermarsi della plastica come principale metodo produttivo, molti prodotti avevano perso quella purezza geometrica che aveva definito Leica fin dai tempi di Oskar Barnack.

Il mio primo progetto per Leica fu la C1, una fotocamera analogica compatta. Guardando indietro, mi sono reso conto che non stavo inventando un nuovo lessico. Stavo piuttosto riscoprendo un linguaggio che era sempre esistito. Era come se i principi originari del design Leica fossero stati lentamente dimenticati e il nostro compito fosse riportarli alla luce.

Quel progetto segnò l’inizio di un percorso molto più ampio. Per anni non ci siamo limitati a progettare fotocamere: abbiamo contribuito a ridefinire Leica come marchio. Il product design, il communication design, gli allestimenti espositivi, gli spazi retail: ogni elemento doveva parlare la stessa lingua.

Uno dei momenti più stimolanti fu lo sviluppo di quella che chiamammo Vision 2005. All’epoca sembrava quasi un’utopia. Leica era vicina al fallimento, eppure immaginavamo già un futuro con una Leica M digitale e una nuova sede a Wetzlar. A distanza di qualche anno, quasi tutto ciò che avevamo immaginato si era trasformato in realtà.

Fu allora che Andreas Kaufmann entrò in questa storia. Prima del suo investimento in Leica non lo conoscevo personalmente, ma fin dall’inizio fu evidente che il suo obiettivo non era semplicemente acquisire un’azienda. Credeva profondamente nel suo futuro. Aveva la visione e le risorse necessarie per investire nelle nuove tecnologie e ragionare sul lungo periodo, proprio nel momento in cui Leica ne aveva più bisogno.

Un giorno mi chiamò e mi fece una domanda tanto semplice quanto inaspettata: “Achim, che cosa ne pensi degli orologi?” Perché Andreas ama profondamente gli orologi.

Per me la risposta arrivò quasi all’istante. Non per una questione di mercato o per il desiderio di entrare in una nuova categoria di prodotto, ma perché vidi subito un legame. Il tempo è il filo invisibile che lega fotografia e orologeria, con Achim Heine Head of Design di Leica

Una fotocamera Leica cattura un singolo istante e lo conserva per sempre. Un orologio meccanico, invece, misura incessantemente lo scorrere del tempo. Svolgono funzioni diverse, ma entrambi instaurano un rapporto profondo con la nostra percezione del tempo.

Questo mi riportò immediatamente a un principio che Leica ha sempre espresso con grande chiarezza: Leica non realizza oggetti di lifestyle. Realizza strumenti. È una parola che ho sempre amato.

Uno strumento non nasce semplicemente per essere bello. Nasce per permetterti di compiere un gesto con maggiore precisione. Una fotocamera Leica è uno strumento che conserva la storia, un fotogramma alla volta. Ogni fotografia isola un frammento di realtà destinato a non esistere mai più.

La vera sfida arrivò subito dopo: come si progetta un orologio Leica?

Da una parte c’erano oltre cent’anni di eredità Leica. Dall’altra, tutta la tradizione dell’orologeria meccanica svizzera. Se il progetto si fosse avvicinato troppo al mondo della fotocamera, il risultato sarebbe sembrato semplicemente una Leica trasformata in un orologio. Se invece avesse seguito troppo da vicino i codici dell’orologeria svizzera più convenzionale, l’identità di Leica si sarebbe dissolta.

Avevo la sensazione che la risposta si trovasse esattamente nel punto d’incontro fra questi due mondi.

Tutto è iniziato dalla Leica M, perché, ai miei occhi, rappresenta l’espressione più pura della filosofia Leica. Più che prenderne in prestito gli elementi estetici, volevo cogliere il pensiero che li aveva generati. L’ambizione era creare un orologio capace di trasmettere la stessa sensazione di una Leica M: limpido nel suo scopo, essenziale nel linguaggio progettuale e profondamente appagante ogni volta che lo si indossa.

IWS: Fotografia e orologeria condividono un rituale fatto di gesti e meccanica, capace di creare un legame profondamente personale tra chi utilizza l’oggetto e l’oggetto stesso. Quali principi del sistema Leica M hai ritenuto imprescindibili nel progettare gli ZM 1 e ZM 2?

Achim Heine: Una delle sorprese più grandi, per me, è stata scoprire quanto un orologio meccanico sia straordinariamente complesso.

Ho iniziato la mia carriera progettando mobili. Quando disegni un tavolo, prendi forse dieci o venti decisioni fondamentali. Scegli il materiale, definisci le proporzioni, stabilisci come le diverse parti si incontrano e, alla fine, l’oggetto prende forma.

Progettare fotocamere apparteneva già a un universo completamente diverso, fatto di centinaia di decisioni tecniche e vincoli funzionali. Poi sono arrivati gli orologi e mi sono reso conto che rappresentavano una sfida ancora più impegnativa. Tutto avviene su una scala infinitamente più piccola, dove ogni decimo, e talvolta perfino ogni centesimo di millimetro, diventa determinante.

Fin dall’inizio c’era un principio assolutamente chiaro. Non ho mai voluto prendere i singoli elementi della Leica M e limitarmi a ricomporli all’interno di un orologio.

Sarebbe stata la soluzione più semplice e, probabilmente, anche la peggiore. Trasferire elementi immediatamente riconoscibili su un orologio significa ottenere un oggetto che finisce per non essere né una vera fotocamera né un vero orologio.

Ogni dettaglio doveva poggiare sulle stesse fondamenta che definiscono il resto dell’universo Leica. Ogni proporzione, ogni superficie, ogni interazione dovevano esprimere quei valori che le persone associano in modo quasi istintivo al marchio. L’ispirazione nasceva dalla Leica M, ma mai dall’imitazione. Volevo che chi lo indossava percepisse la stessa chiarezza, la stessa onestà progettuale, senza avere mai la sensazione di portare al polso una fotocamera.

Una delle discussioni più lunghe riguardò un elemento che, a prima vista, sembra quasi banale: il logo. All’interno di Leica tutti si aspettavano naturalmente di vedere il celebre red dot sul quadrante. Lo abbiamo provato innumerevoli volte, ma il risultato era sempre lo stesso. Lo sguardo riconosceva immediatamente la fotocamera e, in quell’istante, l’orologio perdeva la propria identità, trasformandosi quasi in un semplice oggetto di merchandising.

Così ci siamo posti una domanda diversa: se il red dot non è la risposta, che cosa rappresenta davvero Leica?

La risposta è arrivata dalla Leica M6. Ho sempre amato la tipografia impressa sulla calotta superiore di quella fotocamera. Ha una personalità straordinaria, ma riesce a esprimerla senza mai imporsi. Abbiamo quindi deciso di costruire l’identità della collezione ZM attorno a quel carattere tipografico. Il wordmark sul quadrante trae ispirazione direttamente dalla storica grafica della Leica M6 e, andando ancora più indietro nel tempo, dagli strumenti Ernst Leitz Werkstätten. In questo modo l’orologio rimane profondamente radicato nell’eredità di Leica, pur affermando una personalità tutta sua.

Il rosso, invece, è rimasto un elemento imprescindibile del progetto, ma mai sotto forma di logo.

Ho sempre pensato che il rosso fosse un colore diverso da tutti gli altri. Il verde esiste in infinite sfumature. L’arancione cambia con la luce. Il rosso è semplicemente rosso: richiama immediatamente l’azione. È un colore che comunica, quasi d’istinto, che proprio lì sta accadendo qualcosa di importante.

Per questo l’inserto rosso trova posto all’interno della corona, invece di trasformarsi nel classico red dot Leica. In tutto l’orologio, il rosso non ha mai una funzione decorativa. Ha sempre uno scopo preciso: guidare chi lo indossa verso ogni punto di interazione con lo strumento.

La stessa filosofia ha guidato lo sviluppo della corona a pressione brevettata. Invece di estrarre la corona, come avviene in un tradizionale orologio meccanico, qui la si preme. Naturalmente quel gesto richiama subito alla mente il pulsante di scatto di una fotocamera Leica, ma l’intenzione non è mai stata quella di riprodurre una fotocamera in miniatura. L’obiettivo era ricreare lo stesso rapporto tra la persona e lo strumento. L’interazione stessa è diventata parte del linguaggio progettuale.

La stessa logica si ritrova nel vetro zaffiro. La sua curvatura pronunciata richiama con discrezione la presenza ottica di un obiettivo Leica, senza mai riprodurlo in modo letterale. Lo stesso vale per le lancette, gli indici, l’indicatore della riserva di carica e per l’intera architettura della cassa. Ogni elemento è stato reinterpretato.

Anche il profilo della cassa racconta questa stessa filosofia. Osservato di lato, non segue le linee morbide che tradizionalmente caratterizzano l’orologeria svizzera. La sua geometria è volutamente architettonica. Per molti aspetti mi ricorda la vista dall’alto di una Leica M: superfici pulite, proporzioni rigorose e una chiarezza costruttiva che sfiora l’essenzialità.

Questa filosofia affonda le proprie radici fino a Oskar Barnack. La Leica originale nacque come la soluzione più logica possibile a un problema progettuale. L’impiego della lamiera piegata portò naturalmente a raggi netti, linee tese e forme geometriche essenziali. L’identità di Leica è nata dalla funzione: ogni scelta progettuale rispondeva a una necessità precisa, mai a un semplice intento decorativo.

Questa idea mi ha sempre affascinato ed è diventata il principio guida nello sviluppo degli ZM 1 e ZM 2. Non volevo che le persone riconoscessero singoli richiami a una fotocamera. Volevo che riconoscessero qualcosa di molto più difficile da spiegare a parole. Volevo semplicemente che dicessero: “Sembra una Leica.”

IWS: Dopo il ritorno di Leica nell’orologeria, che cosa significa oggi progettare the Leica way?

Achim Heine: Si parla spesso di un presunto “stile Leica”, ma io non credo affatto che Leica si definisca attraverso uno stile.

C’è qualcosa di molto più profondo.

Lo stile cambia. Segue le tendenze, le epoche, le generazioni. L’identità, invece, appartiene a un’altra dimensione: è ciò che riesce a superare la prova del tempo.

Quando progetto per Leica, non parto mai chiedendomi quale aspetto dovrà avere un prodotto. La prima domanda è sempre un’altra: che cosa rappresenta Leica? Perché ogni prodotto Leica porta con sé la responsabilità di esprimere oltre un secolo di storia, ingegneria e cultura.

È sempre stato questo il mio metodo di lavoro. Prima ancora di tracciare una sola linea, cerco di comprendere l’azienda: i suoi valori, le sue competenze tecnologiche, la sua eredità e, soprattutto, la promessa che rivolge a chi sceglie di utilizzare i suoi prodotti.

Solo a quel punto il progetto può nascere in modo naturale. Un prodotto non dovrebbe mai dare l’impressione che un designer gli abbia imposto uno stile. Dovrebbe apparire come la conseguenza inevitabile dell’identità del marchio da cui prende vita.

Ed è anche per questo che, nel corso degli anni, non ci siamo limitati a progettare fotocamere. Abbiamo dato forma alla comunicazione, alle mostre, all’architettura aziendale e all’intera identità visiva di Leica. Quando lavori contemporaneamente su tutti questi ambiti, ti rendi conto che le persone non vivono i singoli prodotti come esperienze separate. Percepiscono l’azienda nel suo insieme. Ogni punto di contatto contribuisce a costruire la stessa immagine e, proprio per questo, ogni progetto deve parlare un linguaggio comune.

Naturalmente ogni azienda evolve. Cambiano le tecnologie, cambiano i mercati, cambiano le persone che scelgono i suoi prodotti. Non si progetta mai partendo da una pagina bianca. Esistono aspettative, una tradizione consolidata e una percezione molto precisa di ciò che Leica rappresenta. La vera sfida consiste nel capire fino a dove ci si possa spingere senza perdere quei valori che hanno reso il marchio unico fin dall’inizio.

È anche per questo che non credo che l’identità nasca dalla ripetizione di forme o dettagli riconoscibili. Un prodotto Leica non diventa Leica per una linea particolare, una proporzione familiare o un logo ben visibile. Diventa Leica quando riesce a esprimere gli stessi principi. Che si tratti di una fotocamera, di un orologio o di qualsiasi altro strumento, le persone dovrebbero riconoscere immediatamente la stessa chiarezza, la stessa onestà progettuale e lo stesso profondo rispetto per la funzione.

Forse è semplicemente parte del mio carattere. Sono un designer profondamente purista. Il mio istinto è sempre quello di togliere, piuttosto che aggiungere. Ogni linea superflua, ogni dettaglio in eccesso indebolisce l’oggetto invece di rafforzarlo. La riduzione non consiste nel rendere qualcosa minimalista. Significa fare in modo che tutto ciò che rimane abbia davvero una ragione per essere lì.

IWS: Si dice spesso che il grande design nasca dalla capacità di trovare il giusto equilibrio tra esigenze diverse. Se non esistessero vincoli tecnici o di budget, quale sarebbe il tuo orologio Leica ideale?

Achim Heine: Per certi versi, credo di averlo già progettato.

Quando ho sviluppato gli ZM 1 e ZM 2, avevo già iniziato a riflettere su come l’idea alla base di quei due orologi potesse evolversi in una diversa interpretazione di un orologio Leica. Non un modello più elaborato o più complesso, ma, al contrario, un progetto ancora più essenziale, capace di ridurre tutto all’indispensabile.

Un’idea che mi ha accompagnato per molto tempo nasce da IKEA e dal suo principio del Democratic Design.

Ho lavorato a lungo nel mondo del design del mobile ed esposto per molti anni al Salone del Mobile di Milano, quindi conosco molto bene quell’ambiente. Aziende come Cassina, designer come Piero LissoniEttore Sottsass e Achille Castiglioni, insieme a straordinari artigiani capaci di trasformare un’idea in un oggetto costruito con assoluta maestria.

Quella filosofia mi ha sempre affascinato perché introduceva un elemento di cui, troppo spesso, noi designer parliamo poco. Tradizionalmente si pensa prima al design, poi al rapporto tra design e funzioneIKEA ha aggiunto una terza dimensione: il prezzo.

Ricordo di aver visto grandi icone del design esposte accanto a prodotti IKEA. Una sedia di Cassina poteva costare diverse migliaia di euro, mentre un’altra, ispirata alla stessa filosofia progettuale, era disponibile a una frazione di quel prezzo. Non erano, né volevano essere, lo stesso oggetto. Eppure ponevano una domanda importante: chi dovrebbe poter avere accesso al buon design?

Non sto dicendo che Leica debba diventare un marchio per tutti. Leica non è mai stata economica e credo sia giusto che continui a non esserlo. I materiali, l’ingegneria e la qualità costruttiva hanno inevitabilmente un costo.

Ma se osserviamo il mondo delle fotocamere Leica, la Leica M non è l’unica espressione del marchio. Esistono altri modelli che condividono esattamente lo stesso linguaggio progettuale, pur offrendo un diverso livello di complessità. L’identità rimane intatta, anche quando il prodotto diventa più accessibile.

Mi sono chiesto molte volte se questa non possa rappresentare una direzione interessante anche per l’orologeria Leica.

Immagino un orologio capace di conservare tutto ciò che rende un orologio Leica immediatamente riconoscibile, ma costruito attorno a un’architettura meccanica più semplice. Forse rinuncerebbe alla corona a pressione brevettata. Forse alcune soluzioni tecniche diventerebbero meno complesse. L’importante è che l’esperienza e la promessa racchiuse nell’oggetto rimangano esattamente le stesse.

Credo che questo tema sia oggi più attuale che mai. L’orologeria meccanica ha raggiunto un livello di raffinatezza straordinario, ma è diventata anche sempre più costosa. Molti giovani appassionati nutrono un autentico amore per gli oggetti analogici e per gli orologi meccanici, eppure entrare in questo mondo diventa ogni anno più difficile.

Mi piacerebbe vedere un orologio Leica capace di rimanere completamente fedele ai propri valori, diventando al tempo stesso raggiungibile da una comunità più ampia di collezionisti.

Accessibile, ma al massimo livello.

È una distinzione fondamentale. Essere accessibili non significa scendere a compromessi con la qualità. Significa permettere a un numero maggiore di persone di entrare in contatto con la cultura, il linguaggio e la filosofia che quell’oggetto incarna.

Perché, in fondo, l’orologio perfetto non è quello con il maggior numero di complicazioni. È quello che indossi ogni giorno. Quello che diventa parte della tua vita e che, un giorno, forse, entrerà a far parte della vita di qualcun altro.

Un orologio da tramandare alla generazione successiva. Un oggetto che continui a raccontare la propria storia anche quando la tua avrà lasciato il posto a quella di chi lo porterà dopo di te.

Ecco cosa, in definitiva, dovrebbe essere un orologio Leica.

IWS: Da oltre un secolo Leica ci invita a osservare il tempo attraverso un obiettivo. Oggi, con l’orologeria, sembra voler esplorare un nuovo modo di viverlo. Guardando al futuro, dove pensi che questo percorso porterà Leica?

Achim Heine: Credo che il futuro non debba consistere nel produrre di più. Dovrebbe consistere nel creare oggetti che meritino davvero di esistere.

Viviamo in un mondo in cui quasi tutto è diventato digitale. I nostri smartphone misurano il tempo con una precisione straordinaria. Le fotocamere sono in grado di realizzare immagini eccezionali quasi automaticamente. L’intelligenza artificiale sta iniziando perfino a generare fotografie di momenti che, in realtà, non sono mai esistiti. Dal punto di vista tecnologico tutto questo è straordinario. Eppure non credo che oggi le persone cerchino soltanto tecnologia. Credo che cerchino significato.

È proprio per questo che trovo così affascinante il rinnovato interesse verso le esperienze analogiche.

Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di prendere parte all’Impossible Project, l’iniziativa che rilevò l’ultima fabbrica Polaroid dopo il fallimento dell’azienda. Molti erano convinti che la pellicola istantanea non avesse più alcun futuro, perché la fotografia digitale aveva ormai vinto la sua battaglia. È successo esattamente il contrario. La maggior parte di chi acquistava quelle fotocamere era composta da giovani. Erano cresciuti in un mondo completamente digitale e, proprio per questo, sentivano il bisogno di qualcosa di tangibile. Qualcosa che potessero tenere tra le mani.

Lo stesso fenomeno si osserva con i dischi in vinile. Lo streaming è più pratico sotto ogni punto di vista, eppure milioni di persone continuano a scegliere il vinile, perché l’esperienza stessa possiede un valore che va oltre la semplice riproduzione della musica.

L’orologeria meccanica appartiene esattamente a questo universo. Nessuno indossa un orologio meccanico perché rappresenta il modo più preciso di misurare il tempo. Qualunque smartphone è infinitamente più accurato. Si sceglie un orologio meccanico perché rappresenta qualcosa di completamente diverso. Rappresenta l’ingegno umano. Rappresenta l’artigianalità. Rappresenta la pazienza. Rappresenta secoli di conoscenze tramandate, racchiusi in ingranaggi, molle e minuscoli componenti meccanici che lavorano insieme in perfetta armonia. Ed è un valore che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.

Credo che Leica occupi una posizione molto simile. Le persone non scelgono una Leica semplicemente perché è in grado di realizzare fotografie eccellenti. Oggi esistono molte fotocamere capaci di farlo. Scelgono Leica perché cambia il modo di fotografare. Ti rallenta. Ti invita a osservare con maggiore attenzione. Ti rende parte attiva del processo creativo, invece di lasciare che sia la tecnologia a fare tutto al posto tuo.

La stessa filosofia può trovare piena espressione anche nell’orologeriaUn orologio Leica non dovrebbe mai entrare in competizione con uno smartwatch, perché significherebbe fraintenderne completamente il senso. Il suo valore risiede altrove. Offre un rapporto diverso con il tempo: più lento, più consapevole e profondamente legato al piacere di interagire con un oggetto progettato e costruito con straordinaria cura.

Sono convinto che, negli anni a venire, tutto questo acquisterà ancora più importanza. Più la tecnologia eliminerà ogni attrito dalla nostra quotidianità, più sentiremo il bisogno di oggetti capaci di invitarci a rallentare. Oggetti che chiedono attenzione, invece di pretenderla. Oggetti che danno vita a rituali.

È lì che, a mio avviso, si trova davvero il futuro di Leica. Non nel resistere all’innovazione, ma nel ricordarci che il progresso non dovrebbe mai arrivare a discapito dell’esperienza umana.

E questa, secondo me, è la chiusura perfetta. Ho cercato di renderla con un italiano che abbia lo stesso peso emotivo dell’originale, senza diventare retorico. È una risposta che chiude il cerchio dell’intervista: tempo, fotografia, orologeria e design. Il finale, in particolare, l’ho lavorato perché conservasse quella stessa qualità poetica.

IWS: La fotografia cattura il tempo. L’orologeria lo misura. Dopo esserti immerso così profondamente in entrambi questi mondi, in che modo è cambiata la tua percezione del tempo come designer?

Achim Heine: Credo che, in fondo, fotografia e orologeria parlino della stessa identica cosa.

Il tempo è la nostra vita. Non si ferma mai e continua a scorrere in avanti, che ce ne accorgiamo oppure no.

Un orologio meccanico ci permette di seguire quel flusso continuo. Vedi i secondi susseguirsi uno dopo l’altro e, con essi, la consapevolezza che il tempo non smette mai di avanzare. La fotografia, invece, compie quasi il gesto opposto. Estrae un singolo istante da quel flusso ininterrotto e lo conserva per sempre.

È proprio per questo che l’idea di Andreas Kaufmann di portare Leica nell’orologeria mi conquistò fin dal primo momento. Ai miei occhi quel legame era naturale. Entrambe le discipline hanno il tempo come materia di lavoro. Semplicemente, lo osservano da prospettive diverse.

Una ne misura il fluire. L’altra rende eterno un singolo istante. In fondo, sono due modi differenti di aiutarci a comprendere la stessa identica realtà.

Ed è forse questo che, da designer, continua ad affascinarmi più di ogni altra cosa. Non potremo mai fermare il tempo. Possiamo però creare oggetti capaci di trasformare il modo in cui le persone lo vivono. E, qualche volta, questo basta per far durare un istante tutta una vita.


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