Fate una prova. Chiudete gli occhi e disegnate un Casio.
Rettangolo nero. Cornice blu. Un accento rosso, uno giallo. Tre pulsanti. Display LCD.
Se avete pensato all’F-91W, Casio ha già vinto. Trasformare tre pulsanti, un display e pochi grammi di resina in qualcosa che milioni di persone riconoscono al primo sguardo è una delle imprese più difficili che possano riuscire a un oggetto industriale.

Qualcuno lo ha avuto al polso da bambino. Qualcuno lo ha visto in un film, in una vecchia fotografia o su una celebrity. Molti potrebbero averne uno in un cassetto proprio in questo momento e, premendo uno dei tre pulsanti, ci sono buone probabilità che dia ancora segni di vita (del resto la batteria dura un’infinità, vero?).
In quasi quarant’anni questo gioiellino di resina da 21 grammi ha accumulato una mole di aneddoti completamente fuori scala rispetto alle sue dimensioni: cinema, musica, sport, sottoculture, presidenti e persino qualche pagina di storia molto più cupa di quanto ci si aspetterebbe da un orologio da poche decine di euro.
Tutto comincia nel 1989.
Il primo orologio non si scorda mai
Gli anni Ottanta devono essere stati un momento elettrizzante per lavorare in Casio. Calcolatrici da polso, Databank, sensori e la convinzione (quasi commovente, vista con gli occhi di oggi) che l’elettronica potesse rendere migliore qualsiasi cosa avesse uno schermo.

In quel clima, a un giovane designer di nome Ryūsuke Moriai viene affidato il suo primo incarico in azienda. Il progetto è tutt’altro che ambizioso: un modello economico, di fascia bassa, con un brief spartano. Piccolo, sottile, leggibile. Moriai parte dagli ingombri della batteria e del modulo, costruisce la cassa attorno a loro e consegna quello che diventerà, senza che nessuno possa ancora immaginarlo, uno degli oggetti più riconoscibili nella storia del design industriale.

Il suo primo progetto orologiero produce il Casio F-91W: 38,2 × 35,2 millimetri che oggi contano, secondo le stime più diffuse, oltre cento milioni di esemplari prodotti e una presenza che continua a essere globale. Moriai, va detto, farà strada. Negli anni diventerà una delle figure centrali del design Casio, legando il proprio nome anche a numerosi G-Shock. Il suo esordio resta però questo: un piccolo digitale destinato a dimostrare quanto spesso le icone nascano da idee semplici eseguite tremendamente bene.
Ventuno grammi, tre pulsanti, zero ridondanze
Al polso, l’F-91W quasi scompare: 8,5 millimetri di spessore, appunto 21 grammi. Ore, minuti, secondi, calendario, sveglia, segnale orario, cronometro a 1/100 di secondo, illuminazione. Tre pulsanti bastano a governare tutto: nessuna corona, niente da girare, pochissimo da spiegare.
Casio applica la stessa filosofia alla costruzione: resina, componenti ridotti all’osso, un progetto pensato per essere assemblato su larga scala. Guardato oggi, però, è soprattutto la grafica a reggere il colpo meglio delle specifiche tecniche. La cornice blu che stringe il display. Gli accenti rossi e gialli. Le scritte Lithium, Alarm Chronograph, Water Resist incastrate in pochi centimetri quadrati, ognuna esattamente dove deve stare, senza un pixel sprecato.
E poi c’è la lucina verde.
Chi ha avuto un F-91W sa di cosa stiamo parlando. Illumina il display con l’entusiasmo di una lucciola anziana e resta, proprio con tutta la sua modestissima efficacia, uno dei dettagli più amati dell’intero orologio.
Casio avrebbe potuto aggiornare l’F-91W in mille modi diversi durante questi decenni, ma non l’ha fatto! Nel frattempo sono scomparsi i floppy disk, le VHS, le cabine telefoniche e praticamente ogni altro oggetto elettronico che negli anni Ottanta sembrava eterno.
Lui è ancora lì, con la stessa faccia e la stessa lucina stanca.
“Aspetta, quello è un F-91W?”
A un certo punto della sua vita, l’F-91W smette di appartenere a Casio e comincia ad appartenere a chiunque lo indossi. È il momento più bello nella biografia di qualsiasi oggetto industriale.
Da lì in poi viaggia ovunque, attraversa decenni e generazioni, sparisce per qualche anno dai radar e ritorna quando il digitale anni Ottanta diventa prima ironico, poi cool, infine semplicemente desiderabile. Il watch spotting con lui è particolarmente divertente proprio perché richiede zero fatica: di solito serve zoomare una foto fino alla pixel art per capire se una lunetta o tre maglie di bracciale sono davvero quello che pensiamo. Con l’F-91W basta una manica leggermente sollevata. Eccolo, sempre uguale a se stesso, ovunque si trovi.

Lo troviamo al polso di Timothée Chalamet in Call Me by Your Name. Estate 1983, Lombardia. Peccato che l’orologio arriverà soltanto nel 1989. Eppure sta così bene addosso a Elio che l’errore finisce quasi per raccontare qualcosa di più interessante della precisione storica: quel Casio appartiene all’immaginario visivo degli anni Ottanta con una forza tale da sembrare corretto persino sei anni prima di esistere.
Sul polso di Eric André, comico professionista della demolizione delle convenzioni, lo stesso rettangolino nero acquista un carattere completamente diverso. Lo ritroviamo su Michael B. Jordan in Just Mercy, lontano anni luce da quell’immaginario. E ancora, decenni dopo il debutto, addosso al calciatore Ebere Eze, che con l’iconografia degli Eighties ha ben poco a che vedere.

Poi arriva la parte che nessun ufficio marketing avrebbe mai potuto pianificare. Lo stesso identico orologio è stato fotografato al polso di Barack Obama, da giovane senatore ben prima della Casa Bianca, e dall’altra parte del pianeta e della storia, al polso di Osama bin Laden. Due immagini che difficilmente finiranno nella stessa didascalia, tenute insieme soltanto da 21 grammi di resina completamente indifferenti a chi li porta.
Pochi oggetti raccontano la parola trasversale meglio di così.
Dress code? No, grazie!
Provate a immaginare il proprietario tipo dell’F-91W. Non ci riuscirete, perché semplicemente non esiste. C’è chi lo riceve da bambino, chi lo compra prima di un viaggio per lasciare a casa qualcosa di più prezioso, chi lo sceglie perché scompare al polso, chi lo infila dentro un outfit studiato fino all’ultima sneaker. Qualcuno ci torna dopo anni di meccanica per il piacere di semplificare; altri ne ricomprano semplicemente uno identico quando il precedente ha concluso la propria corsa.
L’F-91W accoglie tutto con una certa, meravigliosa indifferenza. Può sembrare nerd, minimale, nostalgico, ironico, sportivo, fashion. Può essere il primo orologio di una vita oppure l’ultimo acquisto dopo un cassetto già pieno di referenze ben più costose.

Il prezzo, nell’ordine di poche decine di euro (oggi come nel 1989), è quello che gli ha permesso di viaggiare così tanto: milioni di persone hanno potuto comprarlo, perderlo, regalarlo, ritrovarlo, ricomprarlo senza pensarci due volte. E ognuna ci ha messo qualcosa di proprio.
È così, un cassetto alla volta, che un prodotto industriale comincia a diventare cultura.
Il dossier da watch nerd
Qualche numero per chi, arrivato fin qui, si sta già chiedendo: «Sì, ma quale versione compro?».
Il modulo 593 accompagna l’F-91W da decenni. Intorno a quella formula Casio ha continuato a giocare con colori, finiture e materiali: dalla versione dorata F-91WG alle varianti metalliche F-91WM, passando per gli F-91WS trasparenti e il più recente F-91WB.

Poi c’è l’universo delle collaborazioni e delle edizioni speciali, terreno sul quale quel piccolo rettangolo digitale sembra trovarsi particolarmente a proprio agio. Pac-Man, per esempio, ha prestato all’F-91W fantasmi, labirinti e grafica arcade, mettendo insieme due icone nate dalla stessa stagione della cultura digitale.
Stesso modulo, stesso design, infinite variazioni sul tema.
Un Casio praticamente ovunque
Nel caso dell’F-91W, “ovunque” va preso quasi alla lettera. All’inizio degli anni Dieci diventa parte del revival digitale che attraversa moda e sottoculture urbane. A Londra compare sui polsi di una generazione che riscopre sneaker, denim e sintetizzatori anni Ottanta con occhi completamente nuovi.
Nello stesso periodo il suo nome riemerge in un contesto molto più cupo. I documenti relativi ai detenuti di Guantánamo mostrano come il possesso di un F-91W, insieme ad altri elementi, fosse stato preso in considerazione dagli analisti statunitensi nelle valutazioni su presunti legami con al-Qaeda.
Una parentesi delicata, lontanissima dal mondo del costume. Vale la pena citarla per ciò che rappresenta: un capitolo scomodo nella biografia di un oggetto arrivato praticamente ovunque.
Resta una domanda che dice molto più di qualsiasi dato: quanto deve aver viaggiato un orologio per comparire su un red carpet, in un campo da calcio, nelle strade di Shoreditch e persino nei dossier dell’intelligence americana?
Poche decine di euro, quasi quarant’anni di storie
Solo a questo punto vale la pena guardare il cartellino: l’F-91W costa poche decine di euro. La cifra racconta la produzione industriale, la scelta dei materiali, la semplicità costruttiva e quell’accessibilità che gli ha permesso di raggiungere milioni di polsi in ogni angolo del pianeta.
Ma il prezzo, da solo, esaurisce presto ciò che può dirci. Per il resto servono Moriai e il suo primo, fortunatissimo incarico. Servono quasi quarant’anni di utilizzo continuo. Il cinema, le celebrity, lo sport, le sottoculture, i bambini che lo ricevono in regalo oggi senza aver vissuto un solo giorno degli anni Ottanta. Serve soprattutto un design che continua semplicemente a piacere.
In Starting Watches il prezzo è una bussola, il gusto traccia la mappa. L’F-91W sembra quasi divertirsi a ricordarcelo ogni volta che compare in un posto dove non ce lo aspetteremmo: il valore culturale di un orologio segue rotte molto più imprevedibili di una fascia di prezzo, e a volte arriva esattamente dove nessuna scheda tecnica avrebbe potuto prevedere.
Torniamo allora al foglio da cui siamo partiti! Rettangolo nero. Cornice blu. Rosso, giallo, tre pulsanti. Quasi quarant’anni di apparizioni e milioni di polsi hanno fatto il resto.
Il prezzo può spiegare come un orologio sia arrivato a così tante persone. Difficilmente basta a spiegare perché sia rimasto con loro così a lungo. Per quello servono un buon progetto, il tempo e quella strana alchimia che trasforma certi oggetti in memoria collettiva.
E se siamo riusciti a disegnarlo tutti a memoria, senza nemmeno guardarlo, un motivo ci sarà: quel primo giorno di lavoro, Casio ha fatto qualcosa di tremendamente giusto.
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