Ci sono storie in orologeria che semplicemente vanno oltre al nome riportato sul quadrante.
Non si tratta solo di grandi nomi, brand altisonanti o loghi blasonati; a volte, per fare impazzire i collezionisti bastano piccoli dettagli, talora impercettibili imperfezioni, fioriture di quadranti o, come in questo caso, tre piccole lettere incise, tipicamente sulle casse dei segnatempo, che raccontano austeramente una storia di grande artigianalità, qualità e maestria.
Se un segnatempo riporta le lettere JPH, infatti, il fortunato possessore potrebbe avere tra le mani uno dei migliori orologi mai realizzati, in quanto raccontano, silenziosamente ed elegantemente come al loro possessore si addiceva, la storia di Jean-Pierre Hagmann.
Cenni biografici
Jean-Pierre Hagmann non era un orologiaio, bensì un maestro nella realizzazione delle casse che per decenni ha costruito alcuni degli esemplari più raffinati mai visti nel panorama ginevrino.
Nato nel 1940 a Ginevra, Hagmann inizia a muovere i primi passi nell’oreficeria ad appena 17 anni, diventando apprendista presso Ponti Gennari, gioielliere i cui laboratori si trovavano nell’Atelier Rèunis, l’edificio che in seguito sarebbe diventato sede del Museo Patek Philippe che oggi ospita molti dei capolavori di Hagmann. Si avvicina all’orologeria in quanto Ponti Gennari era specializzato nella realizzazione di bracciali per orologi di marchi come Patek Philippe.

Lavora successivamente presso Gay Frères, produttore ginevrino di bracciali e catene per orologi, affinando il proprio gusto estetico, l’interesse per la meccanica e le capacità tecniche. Qui Hagmann trascorre un anno ad assemblare bracciali per orologi Rolex. Trovando l’attività particolarmente noiosa, decide di trascorre un breve periodo in un’officina specializzata in moto da corsa come meccanico, in quanto grande appassionato di motociclette. Questa esperienza gli permette di sviluppare ulteriormente quelle capacità tecniche e quella naturale propensione alla risoluzione dei problemi che sarebbero diventate una delle sue caratteristiche distintive.
Il passaggio decisivo avviene nel 1968, quando inizia a lavorare con il maestro Gustave Brera, con cui impara concretamente i segreti della costruzione delle casse, mestiere che avrebbe poi definito come un equilibrio tra creatività e precisione. A differenza di un percorso accademico tradizionale, la formazione di Hagmann si sviluppa essenzialmente sul campo, facendo pratica: impara osservando, sperimentando e affrontando direttamente problemi tecnici sempre nuovi.
Nel 1971 entra a far parte della società Jean-Pierre Ecoffey, specializzata nella produzione di catene e bracciali. Quando Ecoffey acquisisce l’attività del maestro produttore di casse Georges Croisier, Hagmann ne viene messo a capo. In pochi anni arriva, dunque, a ricoprire il ruolo di direttore della produzione, acquisendo una conoscenza sempre più completa delle diverse fasi necessarie alla realizzazione di un contenitore per un movimento meccanico.
Riorganizza i macchinari e gli strumenti, forma il personale, ridisegna i processi lavorativi, ammoderna la filiera e dopo ben 12 anni di direzione decide di sperimentarsi nella produzione di quadranti, presso Stern Création. Non felice della scelta e in seguito ad un licenziamento, decide di aprire una propria azienda: inaugura così nel 1984 il suo laboratorio di casse a Ginevra, realizzando nel corso degli anni casse per alcuni dei nomi più importanti dell’orologeria come Patek Philippe, Audemars Piguet, Vacheron Constantin, Breguet, Blancpain, Franck Muller e Gérald Genta.
L’importanza delle casse nell’orologeria
La storia delle casse degli orologi segue di pari passo lo sviluppo stesso dell’orologeria, con i suoi progressi e le sue evoluzioni tecnologiche, trasformandosi da semplice protezione dei movimenti a elemento tecnico oltre che estetico.
Nei primi orologi da tasca del XVI e XVII secolo, la cassa ha soprattutto il compito di proteggere il movimento. Viene spesso realizzata in metalli preziosi, smalto, pietre dure o materiali ornamentali e può essere riccamente decorata. Nel 1698 la fabbricazione delle casse diventa ufficialmente un mestiere autonomo, segno della crescente specializzazione della Fabrique ginevrina.
A cavallo tra XVII e XVIII secolo, le casse subiscono un’ulteriore evoluzione, trasformandosi progressivamente in vere e proprie opere d’arte con incisioni elaborate, smalti e incastonature di pietre preziose.
Nel corso del XVIII secolo, la divisione del lavoro nel settore orologiero diventa sempre più marcata, favorendo la nascita di artigiani specializzati nella costruzione e nell’assemblaggio delle casse, mentre altri si specializzano nelle incisioni, smaltature, guilloché e decorazioni.
Facendo un balzo in avanti al XIX secolo la rivoluzione industriale introduce cambiamenti significativi, permettendo la standardizzazione della produzione, la meccanizzazione dei processi e l’aumento dei volumi nella costruzione delle casse degli orologi. Questo contribuisce in definitiva a rendere gli orologi progressivamente più accessibili a un pubblico più ampio.
Il XX secolo, invece, si fa testimone dell’introduzione di materiali nuovi: acciaio inossidabile e leghe speciali, titanio, ceramica e zaffiro contribuiscono ad ampliare le possibilità progettuali. L’accelerazione tecnologica e la riduzione complessiva dei costi di produzione facilitano la realizzazione in serie dei componenti tramite macchinari e la progressiva marginalizzazione delle lavorazioni artigianali nella produzione su larga scala.
È interessante riscontrare che proprio mentre la produzione diventa sempre più industrializzata, l’alta orologeria continui a conservare la componente profondamente artigianale, restituendole valore. È in questo frangente che figure come Jean-Pierre Hagmann si stagliano, rappresentando la prosecuzione moderna di una tradizione antichissima: quella del maître boîtier, il maestro di casse, capace di trasformare un involucro apparentemente secondario in una parte essenziale dell’identità e del carattere di un orologio.
L’artigianalità di JPH
In un contesto come quello degli anni ’80 e ’90 contraddistinto dal consolidamento dei grandi gruppi legati alla produzione di orologi al quarzo, la controparte meccanica viene sostenuta da chi apprezza la maestria tradizionale. È in questo ecosistema dualistico che il laboratorio di Hagmann si posiziona come partner delle grandi maison, disposto a collaborare con marchi diversi, sperimentando e instaurando rapporti di fiducia con le case orologiere.
In questo periodo storico le case orologiere non dispongono di strutture interne predisposte alla realizzazione delle casse, motivo per cui l’esternalizzazione di questo processo consente di risparmiare tempo e ottenere il massimo della professionalità da parte di chi ne padroneggia le arti.
La collaborazione tra i brand e Hagmann avviene in un rapporto di artigianato sartoriale, in cui vige il confronto continuo, dalla fase progettuale sino alla realizzazione dei segnatempo. Per Hagmann ogni realizzazione, ogni progetto, ogni cassa è una sfida a sé, a partire dai materiali da impiegare, fino alla disposizione di leve, pulsanti o inserti.
La cassa di un orologio, Hagmann amava dire, è come la carrozzeria di un’automobile: serve a proteggere il motore ma deve avere un’estetica riconoscibile e in linea con il marchio.
Perché oggi ricordiamo Jean-Pierre Hagmann?
La sua importanza risiede soprattutto nell’aver portato la costruzione artigianale della cassa a un livello tecnico eccezionale, introducendo soluzioni costruttive semplici ma allo stesso tempo intelligenti ed efficaci, soprattutto nell’ambito dell’affascinante complicazione delle ripetizioni minuti, campo nel quale il contributo di Hagmann è indubbiamente significativo.
Nei segnatempo che ne sono dotati la cassa non è un semplice contenitore, bensì diventa parte integrante del sistema acustico: il suono prodotto dai martelli, infatti, si propaga attraverso il movimento, la cassa stessa e il vetro. Di conseguenza, piccole variazioni nello spessore, nella rigidità, nella forma e nei materiali possono modificare sensibilmente volume, timbro e risonanza del suono prodotto. L’innovazione portata da Hagmann prima di essere tecnica è prima di tutto concettuale: arriva a considerare la costruzione di una cassa per ripetizione minuti quasi come la costruzione di uno strumento musicale, attraverso un continuo processo di prove e affinamenti.
La sua ricerca lo porta a elaborare quasi delle linee guida per la realizzazione di questo tipo di casse, ritenendo, per esempio, che una cassa destinata a una ripetizione minuti dovesse essere estremamente sottile, arrivando a misurare circa 0,5 mm per lato, dovesse pesare relativamente poco e presentare vetri bombati capaci di favorire la corretta propagazione del suono. Il materiale più indicato secondo Hagmann è l’oro rosa, particolarmente adatto a questo scopo per le sue caratteristiche di rigidità, abbinato ad un movimento il più piatto e rigido possibile, riducendo vibrazioni indesiderate.
Queste accortezze tecniche codificate da Hagmann non sono puramente estetiche, bensì permettono quasi di accordare il segnatempo nella sua interezza come si fa con uno strumento musicale.
Sebbene possano sembrare indicazioni quasi intuitive oggigiorno, nella progettazione di un segnatempo richiedono un alto grado di esperienza per teorizzarle ed applicarle. Non seguirle significherebbe rischiare di produrre un suono troppo secco o privo di armonia.
Rimanendo nell’ambito delle ripetizioni minuti, Hagmann introduce una delle innovazioni più significative ed apprezzate che hanno contribuito a migliorare l’efficienza di questa incantevole complicazione: sistema di comando della ripetizione minuti. Tradizionalmente, la slitta laterale viene montata direttamente sulla superficie della carrure e fissata internamente tramite una vite. Hagmann osserva che questo sistema rischia di provocare instabilità e disallineamento della slitta stessa.
La sua soluzione?
Sorprendentemente semplice: introdurre nella carrure una scanalatura incassata, un vero e proprio canale nel quale la slitta potesse scorrere e venire guidata lateralmente. In questo modo il comando risulta più stabile, preciso e perfettamente integrato nella cassa. Questa soluzione, sviluppata anche attraverso il lavoro con Patek Philippe, è successivamente diventata una pratica costruttiva comune.
La collaborazione con Patek Philippe si rivela essere particolarmente proficua, in quanto permette a Hagmann di sperimentarsi con sfide sempre nuove. La referenza 5029 integra la slitta della ripetizione sul fianco della cassa con una configurazione nella quale la cerniera del fondello viene collocata sotto la corona, a ore 3, anziché nella posizione tradizionale a ore 9. È una modifica apparentemente marginale, ma testimonia efficacemente l’approccio di Hagmann: non adattare semplicemente la cassa al movimento, bensì ripensare la geometria della cassa in funzione delle esigenze meccaniche dell’orologio. Anche questa soluzione è poi diventata uno standard nell’ambito delle casse per ripetizioni minuti.

L’apice della collaborazione con Patek Philippe è probabilmente la cassa progettata per lo Star Calibre 2000. In questo segnatempo Hagmann non punta solo ad ottenere una buona qualità acustica, ma tenta di risolvere contemporaneamente problemi di dimensioni, peso, accessibilità alle numerose indicazioni e propagazione del suono.
Il progetto iniziale, troppo massiccio e pesante, viene interamente ridisegnato dalla sapiente mano di Hagmann, alleggerendo la struttura e ricorrendo a elaborate coperture traforate. Le aperture, oltre a ridurre il peso, permettono alla suoneria della ripetizione minuti di propagarsi più efficacemente, senza trascurare l’estetica. Il progetto dello Star Calibre 2000 testimonia la grande maestria e l’approccio sartoriale che contraddistingue l’intera produzione di Hagmann, il quale smette di considerare la cassa di un segnatempo come un semplice involucro per elevarla a parte integrante dell’architettura dell’orologio.

L’innovazione di Hagmann non consiste, dunque, in una singola invenzione rivoluzionaria, ma in un modo completamente diverso di concepire il mestiere del maestro produttore di casse.
Egli dimostra che la cassa può influenzare direttamente il funzionamento e l’esperienza di un orologio: può determinarne la qualità sonora, l’ergonomia, il peso, l’accessibilità alle complicazioni e persino il modo in cui il movimento interagisce con l’ambiente esterno.
In un’epoca in cui la produzione delle casse viene quasi totalmente industrializzata, Hagmann riporta al centro la figura dell’artigiano come risolutore di problemi. Lavorando a partire dal metallo grezzo, seguendo personalmente progettazione, taglio, saldatura, assemblaggio e finitura, affronta ogni progetto come un problema specifico da risolvere piuttosto che come un processo standardizzato. Il dialogo con i clienti è per Hagmann un elemento chiave, un valore aggiunto alla sua produzione necessario per ottenere un buon risultato e captare lo “spirito e la visione” di chi commissiona la cassa, quasi come un direttore d’orchestra che interpreta la partitura del compositore.


A sinistra il Patek Philippe Ref. 3974 con Calendario Perpetuo e ripetizione minuti, a destra il Patek Philippe Ref. 3979 con ripetizione minuti.
Ad oggi, trovare l’incisione “JPH” impresso sulla cassa è diventato qualcosa di molto più di una semplice firma; questa piccola punzonatura significa attestare il valore intrinseco di un segnatempo, testimoniare la cura, la progettualità e l’attenzione con cui è stato concepito, non prodotto; significa testimoniare il lavoro di un artigiano considerato tra i massimi specialisti della disciplina che oggi costituisce un elemento ricercato dai collezionisti di tutto il mondo.
Jean-Pierre Hagmann scompare il 7 marzo 2025 lasciando come eredità non solo le opere d’arte costruite, ma anche un insieme di conoscenze che hanno contribuito a rivoluzionare il mondo dell’orologeria.
Dopo la cessione del suo atelier aperto nel 1984 a Vacheron Constantin, Hagmann continua a formare nuovi artigiani e, negli ultimi anni, collabora con Rexhep Rexhepi e Akrivia, trasmettendo tecniche tradizionali a una nuova generazione di maestri artigiani, infondendo loro passione e dedizione, le stesse con cui, nonostante l’età avanzata, continuasse a frequentare il proprio laboratorio; tramandando la testimonianza di un legame quasi viscerale con i metalli e con le tecniche tornitura, forgiatura, lucidatura e, in ultima istanza, con l’artigianalità orologiera che tuttora continua ad appassionare i collezionisti di tutto il mondo.
A cura di Federico Neroni
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