Luca Soprana, Maestro Orologiaio originario di Valdagno, nel Vicentino, appartiene a una famiglia in cui gli orologi non sono mai stati semplici oggetti. L’orologeria, nel suo caso, è una questione di eredità prima ancora che di mestiere: quarta generazione ad occuparsene, cresce osservando il nonno al banco da lavoro, imparando da bambino a riconoscere utensili, gesti, pazienza e proporzioni.
Dopo gli studi in Economia e Commercio a Bologna, sceglie la Svizzera, dove completa la propria formazione orologiera e costruisce un percorso che lo porta a lavorare per alcune delle realtà più importanti del settore, da Patek Philippe a Rolex, prima di fondare un atelier in cui dare corpo alla propria idea di orologeria, lontana dalla logica industriale e vicina, invece, ai tempi lunghi della bottega.
Accanto a lui, in questo racconto di orologeria italiana, c’è Emmanuel Esposito. Torinese, classe 1983, Esposito è un artigiano della meccanica fine. Anche la sua storia comincia in un’officina familiare, fra torni, frese e macchine utensili, dove il rapporto con la materia si forma attraverso la pratica prima ancora che attraverso la teoria. Specializzato nella creazione di fine knives e oggetti meccanici da collezione, Esposito ha costruito negli anni un linguaggio personale fatto di materiali complessi, finiture manuali, intarsi, superfici preziose e soluzioni tecniche proprietarie.

Soprana ed Esposito arrivano da due mondi diversi, eppure condividono un’origine comune: la bottega, il banco da lavoro, la mano che precede e spesso sostituisce la firma. Il loro incontro nel progetto Nagoma è il dialogo tra due modi affini di intendere la precisione e la sensibilità autoriale. Da una parte l’orologeria indipendente, dall’altra la coltelleria d’arte; al centro, una stessa idea di oggetto meccanico come espressione di tempo, materia e mestiere che non si esaurisce nella sola funzione.
Luca Soprana, l’orologeria come scelta di indipendenza
Il percorso di Luca Soprana è interessante perché non nasce da una volontà imprenditoriale immediata di costruire un marchio personale. Prima del nome sul quadrante, c’è stato un lungo lavoro dietro le quinte: formazione, restauri, prototipi, collaborazioni, studio dei movimenti, esperienze maturate all’interno di realtà molto diverse tra loro. È un percorso che appartiene più alla figura del costruttore che a quella dell’imprenditore.
Dopo il trasferimento in Svizzera, Soprana entra in contatto con un ambiente in cui l’orologeria è allo stesso tempo cultura, industria e disciplina quotidiana. Lì affina il mestiere, ma comprende anche i limiti di un sistema in cui, spesso, il singolo artigiano si occupa solo di una parte molto specifica del processo. Per chi, come lui, ha una visione ampia dell’orologio ed è cresciuto nell’idea della bottega, questa specializzazione può diventare una forma di costrizione.

Da qui nasce il bisogno di costruire un luogo proprio. Non semplicemente un laboratorio, ma un atelier in cui seguire un oggetto nella sua interezza, dal pensiero iniziale alla sua realizzazione finale. Soprana Micromécanique Appliquée è il risultato di questa scelta: una struttura piccola, indipendente, in cui tutti sono chiamati a conoscere l’intero processo produttivo e in cui l’orologio è considerato non un prodotto, ma un’opera meccanica completa.
La parola “opera”, in questo caso, va intesa senza enfasi. Non nel senso di oggetto da contemplare passivamente, ma di costruzione complessa, fatta di competenze diverse che devono convivere in uno spazio minimo. Lo dimostra bene il Soprana Time Only, il primo orologio firmato con il suo nome. A prima vista, un tre lancette, cioè una tipologia che, nell’orologeria contemporanea, rischia spesso di essere percepita come semplice o persino prevedibile.

Il Soprana Time Only
In realtà, proprio il Time Only è uno dei terreni più difficili su cui misurare la qualità di un orologiaio. Perchè non ci sono complicazioni da usare come effetto scenico, indicazioni supplementari a riempire il quadrante, o altro che possa distrarre da proporzioni, finiture e costruzione. Ma soprattutto perchè quando l’oggetto si concentra su pochi elementi, ogni proporzione diventa più evidente: la misura della cassa, il rapporto tra quadrante e lancette, la posizione dei piccoli secondi, la pulizia delle superfici.
Quando l’orologio rinuncia all’effetto immediato, tutto si gioca sulla coerenza del disegno e sulla qualità dell’esecuzione e, come accade negli oggetti preziosi più riusciti, la bellezza nasce da un equilibrio dell’insieme.
La cassa del Soprana Time Only mantiene dimensioni contenute, il quadrante è leggibile, l’architettura complessiva guarda a un’eleganza classica. Ma il cuore dell’orologio è interamente coerente con l’approccio dell’atelier, perché il movimento non è pensato come elemento secondario e quindi nascosto dietro l’estetica del quadrante: al contrario, è il punto di partenza dell’intero progetto.
Con queste premesse, sembra quasi inutile specificare che Soprana lavora su una produzione estremamente limitata, in cui il tempo necessario alla realizzazione non è un ostacolo da ridurre, ma una parte integrante del valore dell’oggetto. È un’impostazione lontana dal ritmo dell’industria e vicina a una concezione antica del mestiere, dove la qualità non è soltanto nei materiali impiegati, ma nella quantità di attenzione che ogni passaggio richiede.
Emmanuel Esposito, dalla lama all’oggetto meccanico
Il caso di Emmanuel Esposito è diverso, ma non meno pertinente. A un primo sguardo, il suo mondo potrebbe sembrare distante dall’orologeria, perchè il coltello, soprattutto in Italia, viene spesso associato alla funzione, alla tradizione regionale, all’uso quotidiano o alla collezione specialistica.
Nel lavoro di Esposito, però, il coltello perde ogni carattere ordinario e diventa un oggetto meccanico complesso, vicino per sensibilità alla micromeccanica e all’alta artigianalità. Come spesso tiene a specificare nelle sue interviste, la maggior parte degli appassionati che apprezzano e acquistano i suoi coltelli molto spesso non li ha mai utilizzati davvero per tagliare qualcosa.

La sua formazione avviene, come per Soprana, in un contesto familiare in cui la meccanica è una realtà concreta. Nato vicino a Torino nel 1983, Esposito cresce infatti nell’officina di famiglia, tra torni, frese e macchine utensili. Anche la sua storia, come quella di Soprana, comincia da un gesto di riparazione. In un’intervista, racconta di aver realizzato il suo primo coltello partendo da un vecchio esemplare con una lama arrugginita che pulisce, sistema e completa con un nuovo manico.
E questo spiega molto del suo modo di lavorare oggi, che non nasce da un progetto astratto, ma dal contatto diretto con un oggetto già esistente, dalla necessità di capirne la costruzione e di intervenire sulla materia. È un dettaglio piccolo ma significativo, perché riporta il suo percorso alla logica della bottega per cui la riparazione diventa una forma di conoscenza.

I suoi coltelli pieghevoli sono oggetti in cui convivono più dimensioni. C’è la componente tecnica, inevitabile: una lama che deve aprirsi e chiudersi con sicurezza, un meccanismo che deve essere stabile, tolleranze che devono essere minime. Ci sono poi i materiali: madreperla, fibra di carbonio, leghe, metalli preziosi, superfici lavorate e accostate con estrema attenzione, scelte per la loro resa visiva e per il modo in cui interagiscono e reagiscono alla luce. A chiudere il cerchio c’è la componente estetica, che non è mai indipendente dalle prime due.


a sinisra Moray Dagger, a destra Scorpion Dagger
È proprio questa relazione tra funzione e bellezza a rendere il lavoro di Esposito interessante per il mondo dell’orologeria. Come in un orologio di alto livello, il valore non risiede soltanto in ciò che si vede immediatamente, ma anche nel modo in cui le parti dialogano tra loro, nel suono di un’apertura, nella sensazione di una chiusura, nella precisione di un innesto, nella continuità tra superficie e struttura.
Da questa affinità nasce, per esempio, la collaborazione con Urwerk, nel 2018. La cassa dell’UR-T8 “Colibri”, realizzato come pièce unique e presentato a Baselworld 2019, e il coltello abbinato utilizzano la stessa tecnica: centinaia di piccoli elementi di madreperla black-lip tagliati a forma di diamante, selezionati a mano e disposti in base al modo in cui ciascun frammento riflette la luce. Un gioco prezioso di intarsi in cui ogni elemento ha una direzione ed è capace di rispondere con una vibrazione cromatica diversa in risposta alla luce.


La collaborazione con Urwerk
Nel coltello, la stessa logica si ritrova nel manico, nel pulsante di blocco e nel dorso della lama, con inserti in madreperla, perni in oro 18 carati e una costruzione che rende evidente il dialogo tra oggetto meccanico e superficie decorativa.
Nagoma: il terreno d’incontro tra Luca Soprana e Emmanuel Esposito
Il punto d’incontro tra Luca Soprana ed Emmanuel Esposito si chiama Nagoma. Il progetto nasce dall’idea di unire un orologio e un coltello come due oggetti autonomi, realizzati secondo una stessa sensibilità, a differenza di molte collaborazioni contemporanee che si limitano a trasferire un’estetica da un campo all’altro. Qui, invece, il dialogo avviene più in profondità.

Nagoma parte dal Soprana Time Only, rivisto per l’occasione. L’orologio mantiene proporzioni classiche, con una cassa di 38,8 millimetri e uno spessore inferiore ai 10 millimetri. Conserva anche l’impostazione del calibro LSTO a carica manuale, con piccoli secondi e una costruzione coerente con la filosofia dell’atelier. Il movimento non viene sacrificato alla decorazione del quadrante, ma resta il centro dell’orologio. Il ponte del bilanciere, le finiture, la spirale in-house con curva Breguet, e la scelta di una meccanica tradizionale ma estremamente curata confermano che il progetto non nasce come esercizio estetico.

Il quadrante, realizzato in mosaico di madreperla black-lip, sembra proseguire un discorso già iniziato tra Esposito e Urwerk per cui la madreperla viene trattata come una superficie preziosa da comporre e scomporre in riverberi e rifrazioni. I frammenti di madreperla vengono selezionati, tagliati e disposti a mano, a creare una superficie che non può essere replicata in modo identico, sempre unica per natura stessa del procedimento.

Cambia con la luce, assorbe e riflette, alternando profondità e iridescenza. Ogni quadrante diventa così un piccolo lavoro di intarsio, in cui la materia insieme conserva la propria imprevedibilità e viene ordinata attraverso il gesto dell’artigiano.

È un passaggio importante, perché Nagoma sposta il discorso dalla semplice collaborazione alla composizione di un linguaggio comune. Non è l’orologio con il coltello “in pendant”, né il coltello ispirato superficialmente al quadrante. È una coppia di oggetti che si rispondono, in grado di mostrare come l’orologeria indipendente possa diventare un luogo di incontro tra competenze diverse, purché il dialogo non sia superficiale.

Soprana ed Esposito collaborano perché condividono un modo simile di intendere il mestiere. Entrambi lavorano su scale ridotte, privilegiano la mano, e costruiscono oggetti che non hanno bisogno di grandi numeri per esistere.
L’orologeria italiana oltre il marchio
Il tema dell’orologeria italiana è spesso affrontato attraverso grandi brand, con alle spalle decenni, se non secoli, di storia. Si cercano marchi fondati in Italia, casse prodotte in Italia, riferimenti estetici al design italiano, alla nautica, all’automobilismo, all’arte o all’architettura. È una lettura comprensibile che però dimentica un’altra forma di italianità, meno immediata: quella degli artigiani italiani che lavorano dentro o nel perimetro dell’orologeria internazionale, portando con sé una cultura che non sempre coincide con un’etichetta geografica.

In Soprana si riconosce l’eredità dell’orologiaio di bottega, aggiornata al massimo livello della micromeccanica svizzera. In Esposito la figura dell’artigiano, capace di portare un oggetto tradizionalmente funzionale dentro una dimensione collezionistica. Entrambi lavorano su oggetti piccoli, complessi, personali. Oggetti che richiedono tempo per essere costruiti e tempo per essere capiti.
Nagoma diventa così un caso di studio ben riuscito su come l’orologeria indipendente stia diventando sempre più un territorio di relazioni tra mestieri. Non più soltanto il marchio, la Maison, il calibro o il design, ma un ecosistema di competenze: orologiai, finitori, incisori, smaltatori, designer, artigiani della materia, i cui contributi assumono forme diverse, a volte evidenti, a volte non immediatamente visibili sul quadrante, ma presenti nell’idea dell’oggetto.
È qui che il lavoro di Luca Soprana ed Emmanuel Esposito diventa interessante per chi osserva l’orologeria italiana oggi: perché mostra che l’italianità nell’alta orologeria può essere anche una questione di metodo. Una disciplina del fare. Una fedeltà alla materia. Ma soprattutto la capacità di trasformare degli oggetti funzionali in linguaggi autonomi e personali, oltre l’uso immediato.
La loro collaborazione, Nagoma, tiene insieme questi elementi. Un orologio e un coltello, certo. Oggetti piccoli, vicini al corpo, che si capiscono nella prossimità. Si toccano, si indossano, si aprono. Che nelle loro mani non sono soltanto oggetti tecnici ma due biografie artigiane che si incontrano su un terreno comune: quello della precisione, della misura e del tempo necessario a fare bene le cose.
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