Quando Ferrari ha rivelato Luce alla Vela di Calatrava di Roma, il 25 maggio 2026, si percepiva qualcosa di diverso rispetto ai classici reveal di Maranello. C’era stupore e c’era il peso simbolico della prima Ferrari elettrica della storia, certo, ma una domanda aleggiava tra giornalisti, collezionisti e clienti storici del marchio: una Ferrari può cambiare linguaggio senza perdere identità?

Ferrari ha costruito il proprio mito attorno a elementi molto precisi: motori aspirati, coinvolgimento meccanico, teatralità tecnica, sound design e risposta dinamica. La Ferrari Luce mette inevitabilmente tutto questo in discussione.


Image credit: Ferrari
Benedetto Vigna, CEO di Ferrari ha definito il progetto “una nuova frontiera dell’emozione Ferrari”, spiegando come l’obiettivo non fosse replicare il passato attraverso l’elettrico, ma ridefinire il modo in cui Ferrari costruisce coinvolgimento sensoriale. John Elkann ha invece insistito sul concetto di evoluzione culturale, ricordando come il marchio abbia sempre affrontato i momenti decisivi della propria storia aprendosi al cambiamento.

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Ma una storia simile, cari appassionati e lettori di IWS, noi l’abbiamo già sentita vero?
Nel 1972, quando Audemars Piguet presentò il Royal Oak al Salone di Basilea, gran parte dell’industria orologiera pensò che Georges Golay fosse impazzito. Un orologio sportivo in acciaio, progettato da un outsider come Gérald Genta, con viti esposte sulla lunetta e un prezzo superiore a molti dress watch in oro. Per la stampa specializzata era troppo aggressivo, troppo industriale, troppo distante dall’idea tradizionale di haute horlogerie.
Cinquant’anni dopo, il Royal Oak è diventato il singolo oggetto più influente nella storia dell’orologeria sportiva contemporanea ed è difficile non vedere in Luce una dinamica molto simile: un marchio iconico che decide di ridefinire il proprio linguaggio prima che quel linguaggio diventi “canonico”.
LoveFrom e la scelta di guardare fuori da Maranello
Per sviluppare l’abitacolo della Luce, Ferrari ha scelto LoveFrom, il collettivo creativo fondato da Jony Ive e Marc Newson. Una decisione che racconta bene il tipo di approccio adottato da Maranello.

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Durante la presentazione, Benedetto Vigna ha spiegato che Ferrari voleva introdurre competenze capaci di leggere il lusso contemporaneo in modo più ampio, andando oltre il linguaggio automotive tradizionale.

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Jony Ive ha costruito il linguaggio industriale Apple degli ultimi trent’anni: iMac, iPod, iPhone e MacBook Air. Il suo lavoro ruota attorno alla semplificazione dell’esperienza attraverso ergonomia, materiali e rapporto intuitivo con la tecnologia.


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Marc Newson arriva invece da una cultura progettuale più trasversale: orologi Ikepod, cabine Qantas, arredamento industriale e collaborazioni con Louis Vuitton. Nei suoi lavori emerge sempre una forte attenzione alla continuità delle superfici e alla relazione fisica con l’oggetto.

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Ferrari avrebbe potuto affidarsi a qualsiasi studio specializzato in hypercar. Ha preferito coinvolgere figure provenienti da mondi differenti, capaci di leggere il lusso attraverso parametri del tutto diversi.
Un abitacolo che guarda più all’orologeria che al motorsport
Gli interni della Ferrari Luce segnano una rottura piuttosto evidente con il linguaggio Ferrari degli ultimi anni. La teatralità del cockpit lascia spazio a una ricerca molto più scultorea e materica: vetro lavorato, alluminio anodizzato micropallinato, superfici continue e controlli fisici rifiniti con una precisione sorprendentemente vicina all’alta orologeria.
Secondo le informazioni diffuse da Ferrari, alcuni selettori utilizzano lavorazioni knurled ottenute tramite microfresatura CNC, la stessa tecnica impiegata nell’orologeria high-end per corone e lunette.
Anche il feedback aptico è stato sviluppato con estrema attenzione. Ferrari parla apertamente di “tactile hierarchy”: ogni comando possiede una resistenza e una risposta differenti a seconda della funzione svolta.
In pratica, il guidatore dovrebbe riuscire a distinguere i controlli quasi senza guardarli, semplicemente attraverso memoria muscolare e ritorno meccanico. È lo stesso principio che rende immediatamente riconoscibile la corona di un Royal Oak o il click di una lunetta ben eseguita.
In un momento in cui gran parte dell’industria automotive sta trasformando l’abitacolo in un gigantesco touchscreen, Ferrari sembra aver scelto una direzione diversa: riportare al centro gesto fisico, materia e interazione tattile.
Sotto la carrozzeria, la Luce resta profondamente Ferrari
Al di là del design, la parte forse più interessante della Ferrari Luce è che Ferrari ha affrontato l’elettrico con un approccio profondamente ingegneristico.
La configurazione utilizza quattro motori elettrici indipendenti, uno per ruota, con torque vectoring completamente variabile e secondo le anticipazioni tecniche emerse durante il reveal, Ferrari avrebbe scelto motori a flusso assiale con configurazione magnetica Halbach array, soluzione derivata direttamente dall’esperienza Formula 1 per aumentare densità di coppia ed efficienza energetica.
L’architettura a 880 volt consente ricarica più rapida e migliore gestione termica, mentre il sistema brake-by-wire lavora insieme al recupero energetico predittivo per mantenere consistenza di frenata e precisione dinamica. Anche le sospensioni attive a 48V derivano direttamente dall’esperienza accumulata da Ferrari nel programma endurance e sulla 499P vincitrice a Le Mans.
La Luce prova quindi a trasferire nell’elettrico quella qualità di risposta e quella precisione dinamica che hanno sempre caratterizzato le Ferrari più riuscite.
Il suono: la vera sfida della prima Ferrari elettrica
Il tema più delicato resta inevitabilmente quello acustico. Per Ferrari il suono è sempre stato parte integrante dell’esperienza di guida. Un V12 Ferrari si riconosce quasi istantaneamente: il timbro metallico, la progressione agli alti regimi, il modo in cui aspirazione e scarico costruiscono un’identità sonora unica.
Con l’elettrico, però, cambia completamente il punto di partenza. Molti costruttori hanno scelto di simulare artificialmente il comportamento dei motori termici attraverso sound sintetici e cambi marcia virtuali. Ferrari sembra aver seguito una strada diversa. Il sistema acustico della Luce lavora infatti sulle frequenze armoniche reali generate dal powertrain elettrico, elaborate dinamicamente in funzione di velocità, carico e modalità di guida.
Sempre durante il reveal, Benedetto Vigna ha parlato apertamente della volontà di creare una nuova “signature Ferrari” anche nell’elettrico ed è qui che il parallelo con Audemars Piguet e l’orologeria diventa particolarmente curioso.
1972: il Royal Oak e la ridefinizione del lusso sportivo
Quando Audemars Piguet presentò il Royal Oak nel 1972, gran parte dell’orologeria svizzera stava attraversando la crisi del quarzo. I movimenti giapponesi erano più precisi, più economici e tecnologicamente avanzati.

La maison affidò il progetto a Gérald Genta, chiedendogli di immaginare qualcosa di completamente diverso dai codici tradizionali dell’alta orologeria. Il risultato fu il Royal Oak ref. 5402: lunetta ottagonale, viti a vista, bracciale integrato e una costruzione in acciaio rifinita con un livello qualitativo fino ad allora riservato agli orologi in oro.


Il prezzo di lancio (3.300 franchi svizzeri) era superiore a molti modelli in metallo prezioso dell’epoca. Inizialmente il mercato reagì con cautela. Con il tempo, però, il Royal Oak ridefinì completamente il concetto di sport watch di lusso e la Ferrari Luce sembra muoversi secondo una logica molto simile.
La Luce sarà ricordata come il Royal Oak dell’automotive?
È impossibile rispondere oggi. Il Royal Oak impiegò anni prima di essere compreso fino in fondo. Soltanto col tempo diventò uno degli oggetti più influenti nella storia del design contemporaneo.
La Luce potrebbe seguire una traiettoria simile oppure restare un esperimento importante ma isolato. In ogni caso, Ferrari sembra aver compreso un punto fondamentale: il futuro del lusso automobilistico si giocherà sempre meno sul semplice dato prestazionale e sempre di più sulla qualità dell’esperienza.
Per questo la Luce genera discussione. Perché porta al centro una domanda molto più ampia dell’elettrificazione stessa: cosa rende davvero riconoscibile un oggetto di lusso quando la tecnologia cambia completamente le regole del gioco?
Nel 1972 Audemars Piguet rispose a questa domanda trasformando un orologio in acciaio nell’icona definitiva dell’orologeria sportiva moderna. Oggi Ferrari sta provando a fare qualcosa di simile con un’auto elettrica.
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