Quando, nell’aprile 2025, Fam Al Hut presenta il Möbius Mark 1 a Time to Watches, a Ginevra, il marchio ha alle spalle appena pochi mesi di vita. Nessun archivio storico da riaprire, nessuna genealogia svizzera da rivendicare, nessun modello del passato da reinterpretare. Perchè i due fondatori, Dai Xinyan e Lukas Young, partono dalla loro città natale, Chongqing, una metropoli industriale cinese, lontana centinaia di chilometri dalle valli incontaminate della svizzera e dalle loro tradizioni.
E così scelgono di debuttare con un orologio complesso, divisivo, tecnicamente ambizioso, lontano tanto dal minimalismo quanto dalla nostalgia vintage che ha dominato buona parte della conversazione orologiera recente. Il primo orologio del brand, il Möbius Mark 1, è un tourbillon biassiale con ore e minuti retrogradi, racchiuso in una cassa compatta e allungata, più vicina a un oggetto di design industriale che a un segnatempo tradizionale.
Ma prima di analizzare nei dettagli l’orologio, vale la pena chiedersi da dove arrivi un progetto così atipico. Chi sono i due fondatori dietro Fam Al Hut? E come nasce un marchio cinese che, fin dal primo modello, sceglie di confrontarsi con il territorio più complesso e codificato dell’alta orologeria indipendente?
La risposta non passa da un atelier storico né da una dinastia manifatturiera, ma da una community di appassionati, da un dialogo tra culture diverse e da un’idea molto personale di tempo, tecnica e identità.
Alle origini di Fam Al Hut
Fam Al Hut è stato fondato in Cina da Dai Xinyan e Lukas Young. Il loro incontro avviene attraverso una community di appassionati, in uno spazio che oggi ha un ruolo sempre più rilevante tra collezionisti: le conversazioni digitali.

Dai Xinyan, uno dei due fondatori di Fam Al Hut, al Grand Prix d’Horlogerie de Genève ©GPHG
Prima di diventare soci, Dai e Lukas sono collezionisti e appassionati. Parlano lo stesso linguaggio e hanno la stessa sensibilità, pur provenendo da percorsi personali molto diversi e lontani dall’idea tradizionale del maestro orologiaio chiuso nel proprio atelier. Nelle loro biografie si incrociano Cina, Europa, design, arte, cultura visiva e una passione per l’orologeria maturata prima come osservazione che come impresa.
Lukas si forma in Germania e lavora per diversi anni in Svizzera, entrando in contatto diretto con l’ambiente in cui l’orologeria contemporanea ha definito gran parte del proprio linguaggio tecnico ed estetico. Dai, invece, studia Arte della Decorazione in Italia e sviluppa un percorso più vicino all’espressione artistica, al design e alla cultura visiva. Dall’incontro tra queste due traiettorie nasce un equilibrio insolito, che rende Fam Al Hut un progetto cinese, radicato in una geografia lontana dai centri storici dell’orologeria, ma attraversato fin dall’inizio da riferimenti europei, sensibilità progettuale e vocazione internazionale.
La nascita ufficiale del marchio arriva nella primavera del 2024, quando esperienze, intuizioni e scelte personali maturate nel tempo finiscono per convergere in una direzione comune. Fam Al Hut prende forma rapidamente, ma non come un’operazione estemporanea. Sembra piuttosto il punto di arrivo di un lungo processo di osservazione, dialogo e affinamento culturale: il tentativo di immaginare un’alta orologeria capace di parlare con accenti nuovi, senza rinunciare alla complessità tecnica né alla forza dell’immaginario.
Perché un nome arabo per un marchio cinese
La prima domanda nasce ancora prima di guardare l’orologio: perché un nome arabo per un marchio cinese?
Fam Al Hut deriva da Fomalhaut, una delle stelle più luminose del cielo notturno, situata nella costellazione del Pesce Australe. La radice araba viene generalmente interpretata come “bocca del pesce”, o “bocca della balena” secondo alcune letture, e rimanda alla lunga tradizione astronomica del mondo islamico, fondamentale nella catalogazione e nella trasmissione dei nomi stellari.

Fomalhaut, però, non appartiene a una sola cultura. È una stella osservata, nominata e interpretata da civiltà diverse, ciascuna delle quali vi ha proiettato immagini e racconti. Anche nella tradizione astronomica cinese aveva un proprio nome e una propria simbologia, legata all’idea di una presenza solitaria, quasi una sentinella posta ai margini di un accampamento.

La scelta del nome, allora, diventa meno decorativa di quanto possa sembrare. Fam Al Hut non usa un riferimento arabo per mascherare la propria origine cinese, né per costruire una patina internazionale. Lo utilizza piuttosto per collocare il marchio dentro una geografia più ampia, dove il cielo diventa un terreno comune tra culture, epoche e linguaggi. Allo stesso tempo, l’immagine di una stella isolata, luminosa e riconoscibile diventa un simbolo efficace per raccontare il percorso di un marchio nato fuori dai centri canonici dell’industria.
Fam Al Hut che nasce a Chongqing, lontano da Ginevra, Le Brassus o La Chaux-de-Fonds e non eredita un’aura di legittimità, né può appoggiarsi a un archivio secolare deve costruire la propria luce da zero, e farlo in modo abbastanza netto da essere riconosciuto in un cielo già affollato.
Il Möbius Mark 1
Le radici del marchio sono a Chongqing, città che nel racconto di Fam Al Hut ha un ruolo insieme geografico ed estetico. Chongqing è una metropoli stratificata e verticale, attraversata da fiumi, infrastrutture, nebbia, luci artificiali e memoria antica; un paesaggio molto distante dai villaggi alpini e dalle montagne svizzere che hanno formato l’immaginario più classico dell’orologeria. Ed è difficile non leggere qualcosa di questo scenario nel primo orologio del marchio.

La cassa del Möbius Mark 1, sviluppata secondo un’architettura oblunga e compatta, misura 42,2 mm per 24,3 mm, con uno spessore di 12,9 mm che cresce in corrispondenza della cupola in zaffiro posta a protezione del tourbillon.
Un’impostazione formale tutt’altro che convenzionale, nella quale l’assenza di anse tradizionali e la costruzione quasi monolitica dell’insieme concorrono a definire un oggetto più vicino al design industriale che alla grammatica classica dell’orologio da polso. La cassa è proposta in acciaio o in zirconio amorfo, materiale appartenente alla famiglia dei bulk metallic glass, scelto per durezza, resistenza e particolare brillantezza superficiale; le superfici alternano lavorazioni lucide e finiture più tecniche, accentuando il contrasto tra involucro e movimento.

Al suo interno lavora il calibro M-01T, movimento a carica manuale sviluppato in-house e composto da 297 elementi. La frequenza è di 21.600 alternanze/ora, pari a 3 Hz, mentre la riserva di carica raggiunge le 50 ore.
La costruzione, interamente orientata alla verticalità dell’insieme, lascia emergere una meccanica volutamente esposta, nella quale il dato tecnico non viene nascosto, ma assunto come parte dell’identità estetica dell’orologio. Ogni movimento richiede oltre 200 ore di finitura manuale: un dato che restituisce la natura artigianale del progetto e il livello di attenzione dedicato ad anglage, lucidature e trattamenti delle superfici.

Elemento dominante dell’architettura è, naturalmente, il tourbillon biassiale, collocato nella parte superiore della cassa e protetto dalla cupola in zaffiro. Rispetto a un tourbillon tradizionale, costruito su un solo asse di rotazione, questa soluzione introduce un movimento tridimensionale più complesso, capace di trasformare l’organo regolatore nel principale punto di attrazione visiva dell’orologio. Non si tratta, quindi, di una complicazione semplicemente esibita, ma di un dispositivo attorno al quale viene organizzato l’intero equilibrio del Möbius Mark 1.

La lettura del tempo si concentra nella porzione inferiore, affidata a due indicazioni retrograde disposte lungo archi separati. I minuti avanzano progressivamente lungo la propria scala per poi tornare istantaneamente all’origine; le ore seguono una logica analoga, con salto dell’indicazione allo scadere del ciclo. Ne deriva una rappresentazione del tempo volutamente dinamica, meno immediata rispetto a una lettura tradizionale a lancette centrali, ma più coerente con l’idea stessa del progetto: fare della misurazione non un dato statico, bensì una sequenza di movimenti, ritorni e tensioni meccaniche.
A completare l’insieme è un cinturino in gomma integrato, chiuso da fibbia déployante, scelta che conferma la volontà di mantenere l’orologio lontano dai codici più formali della tradizione. La gomma alleggerisce visivamente la cassa e ne accompagna l’ergonomia, contribuendo a rendere il Möbius Mark 1 più portabile di quanto la complessità della sua costruzione lascerebbe supporre.

D’altronde, che non sia un orologio che cerca la leggibilità immediata o la discrezione quotidiana lo dice anche il nome. Möbius rimanda al nastro di Möbius, una superficie continua con un solo lato e un solo bordo, spesso associata all’idea di infinito e ciclicità. È un riferimento coerente con il modo in cui l’orologio mette in scena il tempo – ben lontano dalla tipica idea lineare – cioè come ritorno, torsione, ovvero movimento che si riavvolge su se stesso.
L’astro nascente
L’interesse di Fam Al Hut sta nel modo in cui riunisce competenza tecnica, cultura visiva e libertà rispetto ai codici tradizionali dell’orologeria. Il Möbius Mark 1 è compatto ma complesso, scenografico ma non puramente decorativo, futuristico senza rinunciare del tutto alla meccanica più classica. Un debutto che ha ricevuto l’Audacity Prize al Grand Prix d’Horlogerie de Genève, portando il marchio oltre la categoria, spesso riduttiva, dei nuovi emergenti.
Un riconoscimento, naturalmente, non garantisce da solo la costruzione di una traiettoria solida e duratura. Conferma però la capacità di Fam Al Hut di intercettare una sensibilità contemporanea più aperta a linguaggi laterali, geografie nuove e progetti capaci di unire ricerca tecnica e immaginario personale.
E così il nome torna a essere una chiave di lettura essenziale. Fam Al Hut è una stella con più nomi, più tradizioni e più racconti; una presenza lontana ma riconoscibile, osservata da punti diversi della storia e del mondo. Per un marchio che vuole portare l’orologeria cinese in una dimensione internazionale senza ridurla a imitazione o folclore, è un’immagine sorprendentemente precisa.
Senza tradizioni da rispettare, formule da ripetere o repertori da proteggere, il marchio conserva una libertà rara: quella di poter definire il proprio linguaggio passo dopo passo, senza essere vincolato da un’immagine già cristallizzata. Dopo un debutto così netto, quale direzione prenderà Fam Al Hut? Continuerà a esplorare la complicazione estrema, porterà avanti la ricerca formale del Möbius Mark 1 o sceglierà una strada inattesa?
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