LAPISLAZZULI, IL MINERALE AFGHANO CHE DAVA VITA AL PIÙ PREZIOSO DEI BLU

DATA
25 Novembre 2025
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Tutto comincia in un punto preciso della terra, tra le montagne del Badakhshan, nel nord-est dell’Afghanistan. È un luogo aspro, isolato, che custodisce – protette da passi di montagna alti cinquemila metri – le miniere antichissime di Sar-e-Sang. Qui, tra le vette dell’Hindu Kush, da più di settemila anni si estrae il lapislazzuli più puro, tra le gemme più rare e desiderate del mondo. Un blu saturo, profondo, con lievi inclusioni dorate che brillano come stelle luminose nel cielo notturno. È raro e fragile, difficile da estrarre e ancor più difficile da lavorare.

Geologicamente una roccia metamorfica composta da lazurite, calcite e pirite, si mostra in lastre opache, spesse qualche metro, che disegnano drappeggi blu notte nel candore del marmo afghano. È il risultato della circolazione di fluidi idrotermali profondi e ricchi di sodio, zolfo e cloro durante la formazione delle catene montuose. 

lapislazzuli

È la lazurite (dal persiano lazhuward o dall’arabo azul, blu) a donargli la caratteristica tonalità, mentre la calcite ne modula le venature biancastre e la pirite aggiunge quelle scintille color bronzo che ricordano la volta celeste trapuntata di stelle. La combinazione perfetta – un blu uniforme e saturo, con minime tracce di bianco e minuscole inclusioni di pirite – è rarissima e dunque estremamente preziosa.

Da qui, e da pochi altri rarissimi giacimenti – nelle Ande del Cile, in Cina e in Pakistan – ogni blocco è ancora oggi selezionato a mano, ogni lastra tagliata con cura quasi rituale.

Lo Stendardo di Ur, circa 2500 a.C., conservato al British Museum di Londra. È costituito da quattro pannelli lignei intarsiati, in cui sono incastonati lapislazzuli, conchiglie, pietre di calcare e madreperle.

Da queste vene minerarie, il lapislazzuli ha assunto, nell’antichità, molte forme: è stato amuleto per i faraoni, sigillo reale per gli Assiri, pietra delle divinità e del sacro per i Sumeri. Rinvenuto incastonato su anelli con motivi incisi, era ornamento per gli Etruschi e simbolo di conoscenza e verità per i Greci e i Romani. La pietra del potere, ma anche della contemplazione.

A sinistra, la maschera funeraria di Tutankhamon, oro e lapislazzuli, circa 1323 a.C. A destra, tesoro di Tutankhamon realizzato con oro, lapislazzuli e pietre semipreziose, raffigurante il disco solare (Ra), lo scarabeo (kheperu) e la mezzaluna (Neb), a formare il nome di Tutankhamon Neb-kheperu-ra.

Il fasto principesco del blu ultramarino

Nel Rinascimento Italiano, i maestri d’arte scoprirono come trasformarlo in un pigmento pittorico di rara bellezza, e alla corte Medicea nacque una tra le più spettacolari collezioni di oggetti in lapislazzuli in tutta l’Europa del Quattrocento. Ridotto in polveri, lavato e impastato con acqua, oli e resine, filtrato e purificato, il lapislazzuli dava vita al pigmento più raro e luminoso mai conosciuto: l’ultramarino. Perché da oltre-mare arrivava, attraverso le rotte che collegavano Venezia all’Oriente, più costoso dell’oro.

Il complesso e laborioso processo lo rendeva un lusso riservato alle opere d’arte più importanti e prestigiose – tra tutte, il Giudizio Universale del Michelangelo. Le analisi chimiche sui pigmenti della Cappella Sistina hanno confermato la presenza di lazurite naturale in diverse aree, soprattutto nei cieli e nelle vesti di Cristo e della Vergine, a conferma che Michelangelo scelse di impiegarlo nei punti più luminosi, dove la luce naturale avrebbe esaltato la profondità del colore, sostituendo al costosissimo ultramarino alternative meno preziose per le figure non sacre.

Michelangelo Buonarroti, Il Giudizio Universale, 1536-1541, Cappella Sistina, Città del Vaticano.

Nell’arte, dal Quattrocento in poi, rimase un privilegio del sacro – riservato al Cristo, alla figura della Vergine, al Cielo e alla trascendenza divina. Potere, ricchezza, prestigio. Simbolo di devozione prima ancora che di semplice bellezza, nelle mani del Leonardo della Vergine delle Rocce e del Tiziano dell’Assunzione della Vergine, il blu del lapislazzuli diventa un gesto concreto di fede, uno strumento autentico d’eternità. Nella pittura fiamminga di Vermeer, il blu stemperato del turbante de La ragazza con l’orecchino di perla perde forse di sacralità ma guadagna un senso mistico di dolce tenerezza, che amplifica il mistero e la rotondità di quel volto infantile.

Johannes Vermeer, Ragazza con l’orecchino di perla, circa 1665, olio su tela, Mauritshuis, L’Aia.

Fu l’alternativa sintetica, creata dal chimico francese Jean-Baptiste Guimet nel 1826, a rendere quel blu vibrante accessibile agli artisti senza comprometterne la qualità. Finalmente democratico, perse però parte del suo mistero.

Un secolo dopo, Yves Klein restituì al pigmento la sua aura sacrale, riportandolo alla dimensione dell’assoluto. Mescolando il pigmento sintetico, chimicamente identico alla sua controparte naturale, ad un legante incolore da lui brevettato (la resina Rhodopas M60A), Klein creò l’International Klein Blue (IKB), un blu assoluto che sembra esistere sulla tela senza peso né superficie. «Attraverso il colore, provo una totale identificazione con lo spazio; sono veramente libero» scrisse l’artista. Un blu di nuovo sospeso tra il materiale e l’immateriale, che diventa così uno spazio altro, capace di dissolvere il confine tra osservatore e oggetto, tra materia e pensiero.

A sinistra Yves Klein, California (IKB 71), 1961. Pigmento secco e resina sintetica su tela montata su pannello, 196 × 421 cm. Il più grande monocromo dell’artista francese fino ad oggi in mani private, è stato venduto da Christie’s a Parigi il 23 ottobre 2025 per €18.375.000 ©Christie’s Images Limited 2025. A sinistra Yves Klein a Düsseldorf, Germania, febbraio 1961, durante le riprese del documentario The Heartbeat of France, diretto da Peter Morley.  ©Charles Wilp / BPK, Berlino.

Lapislazzuli: la pietra fragile che resiste da millenni

Oggi il lapislazzuli continua a essere raro, ma per motivi diversi. Le miniere afghane rimangono la principale fonte, ma i conflitti, le restrizioni logistiche e il controllo discontinuo rendono l’approvvigionamento complesso. Altre provenienze – Cile, Russia, Pakistan – producono varianti più chiare o meno pure, che raramente raggiungono la saturazione e la densità cromatica del blu afghano.

lapislazzuli

Taglio delle pietre, rifinitura di un motivo in lapislazzuli. ©Van Cleef & Arpels.

La sua rarità non è soltanto d’estrazione: la fragilità del materiale, la difficoltà di taglio e lucidatura, la sensibilità al calore e alla pressione lo rendono un materiale complesso da lavorare. È una pietra che non ammette scorciatoie: richiede tempo, mani esperte e una pazienza antica. La fragilità è parte della sua natura; assecondarla, un’arte che pochi possiedono.

Il fascino del lapislazzuli in orologeria

Orologio-bracciale Piaget in oro giallo con quadrante in lapislazzuli, zaffiri e diamanti. Venduto da Phillips nel 2016. ©Phillips.

Nell’orologeria il lapislazzuli ha percorso traiettorie diverse e affascinanti, dall’opulenza del gioiello alla presenza più calibrata dei quadranti geometrici contemporanei.

Negli anni Settanta, Piaget è tra le prime Maison a sperimentare l’uso delle pietre dure per gli orologi da polso. Sono spesso modelli in oro giallo, in cui le lastre sottili di pietra inaugurano un lessico nuovo e potente che fa dell’irregolarità la sua forza. Eleganti, essenziali, quasi sempre privi di indici, sono pensati per essere alimentati dai celebri calibri ultrapiatti, a testimonianza di una sensibilità che sa mescolare con grazia gioielleria e orologeria, in un gioco tutto nuovo di alternanze che ha come protagonisti corniole, malachiti, onici, turchesi, e soprattutto, lapislazzuli. Ogni lastra viene tagliata a mano: fragile, imprevedibile, unica. Come quella incastonata nella referenza 9755, in oro bianco e diamanti, che ricorda la massa nebulosa della Via Lattea.

Piaget Ref. 9795, con cassa e bracciale in oro bianco 18kt, lunetta incastonata di diamanti, quadrante in lapislazzuli e calibro manuale 9P2. Realizzato su commissione per il Sultanato dell’Oman. ©Christie’s.

Allo stesso periodo appartengono alcuni Datejust e Day-Date di Rolex con quadranti in lapislazzuli, destinati a una clientela ristrettissima: le referenze vintage 1803818238 e 16018 in oro giallo o bianco, sono oggi tra le più desiderate dai collezionisti.

Un Rolex Day-Date Ref. 18038, cassa e bracciale President in oro giallo 18kt, monta un quadrante in lapislazzuli senza indici e finestra di giorno e data incorniciate in oro, con movimento automatico calibro 3055. Fine anni Settanta.

Negli anni Ottanta e Novanta, grazie a Chopard e Cartier, il lapislazzuli entra in dialogo con diamanti, oro, casse stravaganti o delicate, per un linguaggio decorativo più compiuto, morbido o sontuoso.

A destra il Cartier Pasha Ref. 1023 con quadrante in lapislazzuli con griglia di diamanti rimovibile. A sinistra, uno Chopard Ref. 20764, in oro bianco 18kt, diamanti e lapislazzuli.

Con Vacheron Constantin oggi si fonde a smalti, incisioni e miniature per i suoi Métiers d’Art (e il complicatissimo La Quête du Temps), in una liturgia di saperi antichi. Audermars Piguet racconta invece la versatilità della pietra, abbinandola, in alcune versioni, all’acciaio della cassa sportiva di Genta per un incontro fra due apparenti opposti: il primato della forma tecnica e l’irregolarità della materia naturale.

A sinistra, un Audermars Piguet Royal Oak 56346ST, con cassa e bracciale in acciaio inossidabile e lunetta e indici incastonati di diamanti, circa 1994. A destra un Vacheron Constantin 7391 con cassa e bracciale a motivo intrecciato in oro bianco 18kt.

Negli anni recenti la pietra conosce una nuova giovinezza. Piaget continua a utilizzarlo nei Black Tie e negli Altiplano; Hermès lo ha scelto per alcune edizioni limitate dell’Arceau, Bulgari e Dior giocano sul contrasto tra opacità minerale e lucentezza metallica. Mentre Zenith quest’anno veste di blu un classico della Maison, il Chronomaster Original Triple Calendar, Gerald Charles celebra i suoi 25 anni con un nuovo Maestro 2.0 Ultra-Thin, che incastona nella sua cassa irregolare una lastra di lapislazzuli sottile appena 0.55mm.

A destra, lo Zenith Chronomaster Original Triple Calendar con quadrante il lapislazzuli. A sinistra il Bulgari Divas’ Dream con lunetta in oro e elementi a ventaglio incastonati di diamanti taglio brillante e quadrante in lapislazzuli.

C’è, in questo ritorno, qualcosa di profondamente culturale: una riscoperta dell’imperfezione, della bellezza naturale, anche quand’è fragile. E non è l’imprevedibilità a fare paura. Unica e imperfetta per natura, la pietra più blu del mondo non conosce repliche.


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