A Ginevra, a pochi passi dalla manifattura, F.P. Journe sta dando forma a un progetto museale di cui si conosce ancora poco. Una posizione non precisata, un’apertura prevista entro il 2026, un accesso su appuntamento: pochi elementi, essenziali, mentre il resto rimane volutamente avvolto nel mistero. Quanto basta, tuttavia, per comprendere che il cuore del progetto è la collezione.
Nel nuovo museo, accanto agli orologi prodotti dalla Maison dagli esordi negli anni Ottanta fino alle creazioni più recenti, saranno esposti strumenti e segnatempo dal XVI al XVIII secolo, selezionati per la loro capacità di illuminare principi tecnici e passaggi concettuali.

L’interno della manifattura F.P. Journe a Ginevra
“È per mostrare il mio lavoro dal 1983 a oggi, spiegandone visivamente le connessioni con la storia e dimostrando questo attraverso pezzi antichi del XVI, XVII e XVIII secolo,” spiega François-Paul Journe.
Questa dichiarazione rivela un aspetto profondo del suo lavoro: il rapporto attivo con il proprio passato. Che negli ultimi anni si è tradotto in un’attività mirata nelle aste, dove Journe ha riacquistato alcuni dei suoi primi orologi. Un gesto che va oltre il desiderio di completare una collezione didascalica, e che piuttosto risponde alla volontà di “ricostruire il proprio patrimonio”, dice per distinguere con chiarezza tra accumulazione e costruzione storica.

François-Paul Journe
Rispetto ai complessi museali di Maison come Patek Philippe o Breguet il progetto di Journe si distingue per la sua natura selettiva e interpretativa. Lontano dall’essere lineare o puramente cronologico, Journe propone un approccio curatoriale aperto che non isola l’opera contemporanea ma la colloca all’interno di una genealogia tecnica e culturale più ampia.
Le acquisizioni all’asta di F.P. Journe: da Breguet ai capolavori storici dell’orologeria
Insieme al percorso espositivo che resta in gran parte taciuto, anche la selezione completa delle opere rimane, nelle parole di F.P. Journe, ancora “una sorpresa”. Sono proprio le acquisizioni più recenti a offrire un primo indizio sulla costruzione di questo racconto.
Tra tutte, la Pendule Sympathique No. 1 di Abraham-Louis Breguet. Riacquistata da Journe per oltre 5,5 milioni di franchi svizzeri da Phillips lo scorso maggio, è insieme un capolavoro tecnico che riprende un principio di fine Settecento e un oggetto intimamente legato alla sua traiettoria creativa.
“L’ho comprata perché l’ho progettata” spiega, “ed è un pezzo fondamentale dell’orologeria del XX secolo.” Concepita negli anni Novanta insieme al team di Techniques Horlogères Appliquées, la pendola reinterpreta un principio sviluppato da Breguet alla fine del XVIII secolo: il sistema “sympathique”, in cui una pendola madre è in grado di regolare, ricaricare e sincronizzare un orologio da tasca dedicato.
Nel caso della Pendule Sympathique No. 1 l’orologio da tasca, una volta inserito nella sede della pendola, viene automaticamente regolato in precisione, rimesso all’ora e caricato. Un dispositivo che implica una sofisticata integrazione tra organi regolatori, sistemi di trasmissione dell’energia e meccanismi di sincronizzazione.

La Pendule Sympathique No. 1 di Abraham-Louis Breguet
A questa si affianca un’ulteriore acquisizione significativa: durante l’asta Sotheby’s dedicata al 250° anniversario di Breguet, Journe ha acquistato un importante orologio da tasca, noto come Breguet n. 1890. Datato ai primi anni del XIX secolo, il segnatempo integra alcune delle soluzioni più avanzate della sua epoca, tra cui il tourbillon e lo scappamento naturale, progettato dallo stesso Breguet sviluppato da Breguet a partire dalle intuizioni di Abraham-Louis Perrelet, per migliorare l’efficienza della trasmissione dell’energia riducendo gli attriti.

Il Breguet n. 1890
Si tratta di un oggetto che testimonia l’apice della ricerca tecnica di Breguet, ma che allo stesso tempo contribuisce a definire il dialogo che il museo intende costruire: un confronto continuo tra invenzioni storiche e sperimentazione contemporanea, in cui ogni pezzo diventa parte di una narrazione più ampia sulla misura del tempo.
Oltre l’esposizione: orologi storici e contemporanei nel museo F.P. Journe
Questa attenzione alle connessioni tra passato e presente affonda le radici nella formazione stessa di Journe, iniziata nel restauro, in quel confronto diretto con la meccanica del passato che implica smontare, comprendere e ricostruire. Ma anche interpretare le soluzioni tecniche del passato come risposte a problemi concreti di oggi. Per Journe, ogni orologio è così una struttura logica prima ancora che estetica, un sistema di soluzioni complesse.
Invenit et Fecit è il motto della Maison. Ma anche la dichiarazione di una coincidenza tra ideazione e realizzazione che definisce da sempre l’identità del marchio, e che spinge Journe a considerare ogni meccanismo storico come un testo da leggere e da studiare. Da qui la scelta di includere nel museo opere esterne: per la costruzione di un racconto che non si esaurisce nei confini della Maison, ma si espande fino a comprendere l’intero orizzonte dell’orologeria.

Il Tourbillon Souverain à Remontoire d’Égalité
Tra i possibili protagonisti del percorso espositivo, insieme ad alcune delle prime creazioni, come il Tourbillon Souverain à Remontoire d’Égalité del 1993, si intravedono il regolatore a doppio pendolo di Antide Janvier del 1780, considerato da Journe un ponte ideale con il Chronomètre à Résonance, e la pendola astronomica di C.L. Detouche, oggi elemento centrale negli spazi della Maison.
La selezione, tuttavia, è costruita per affinità e significati, configurando il museo come uno spazio di confronto tra soluzioni tecniche in cui ogni oggetto trova senso nella prossimità con un altro, secondo una logica quasi filologica.
Perché il museo F.P. Journe è rilevante per il collezionismo di orologi
Il progetto si inserisce in una linea già tracciata dalla Maison, da tempo impegnata in iniziative culturali e artistiche. Con il museo, però, il baricentro si sposta: non è più soltanto il dialogo tra discipline a essere in gioco, ma una riflessione più ampia sull’orologeria come forma di sapere. Ogni orologio, antico o contemporaneo, diventa strumento di lettura, punto di contatto tra epoche e occasione per restituire all’orologeria la sua profondità tecnica e culturale, prima ancora che il suo valore economico.
La decisione di un orologiaio indipendente di aprire un museo assume così un significato preciso, che va oltre la conservazione di un patrimonio e desidera creare uno spazio di dialogo tra passato e presente, tra maestri storici e artigiani contemporanei. In un momento in cui l’orologeria rischia di essere percepita principalmente come espressione del lusso e campo di speculazioni, iniziative come questa contribuiscono a restituirne la dimensione culturale e invitano a riflettere sul valore del tempo e sulle idee che lo rendono misurabile.
Resta, alla fine, una domanda aperta: quali altri oggetti Journe ha acquisito privatamente? E quali sceglierà di rendere visibili? Le risposte arriveranno solo con l’apertura del museo, prevista per il 2026.
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