Nick Hayek: Swatch e Smart, due rivoluzioni che portano lo stesso cognome

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08 Agosto 2026
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Quanto può essere difficile trovarsi nella posizione in cui Nick Hayek Jr. ha dovuto convivere per una vita intera? 

Prima affiancare, poi sostituire un padre, Nicolas G.Hayek, considerato da tutti come una sorta di supereroe, “il salvatore dell’orologeria svizzera negli anni Ottanta”.

Questa non vuole essere un’indagine sulle implicazioni più personali di una simile eredità, è piuttosto una riflessione su una forma di pressione che raramente viene raccontata: comprendere, attraverso la storia di Nick Hayek Jr., cosa significhi gestire uno dei più grandi gruppi orologieri del mondo, quando sulle proprie spalle gravano aspettative enormi e decisioni destinate a influenzare un’intera industria.

Nicolas G. Hayek e il peso di un’eredità

Il cognome Hayek viene prima di tutto affiancato all’immagine dello straordinario imprenditore Nicolas G. Hayek. Nato a Beirut nel 1928 da un padre libanese e da una madre di origini svizzere, si trasferirà proprio in Svizzera negli anni della formazione, completando poi gli studi in matematica e fisica all’Università di Lione. 

Nicolas Hayek entrò in seguito nel mondo della consulenza industriale, scommettendo tutto su se stesso, impegnando beni personali così da finanziare la nascita della società Hayek Engineering nel 1963, specializzata in gestione aziendale, processi produttivi e problematiche legate alla catena di approvvigionamento.

Nicolas G. Hayek, swatch e il peso di un’eredità

Nicolas G. Hayek nel suo studio, 1999.

La sua reputazione crebbe rapidamente ed era riconosciuto a livello internazionale come “il medico delle aziende malate”: la sua capacità di analizzare le realtà in difficoltà, individuando strategie che permettessero di rilanciarle attraverso una rivisitazione totale della loro efficienza industriale gli permise di crearsi una fortissima credibilità.

Come tutti noi appassionati di orologi sappiamo, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta si verificò quella che passò alla storia come “crisi del quarzo”, quando l’arrivo degli orologi elettronici progettati dalle aziende giapponesi, più economici e precisi, mise in ginocchio l’industria elvetica, rimasta troppo legata ai suoi fasti e alla sua visione tradizionale dell’orologeria. Il termine “crisi” è tristemente azzeccato: migliaia di posti di lavoro furono persi, molte aziende furono costrette a svendersi al mercato orientale e l’industria si trovò sull’orlo del fallimento.

Nicolas G. Hayek, swatch e il peso di un’eredità

Hayek ospita il presidente francese Jacques Chirac (a sinistra) e il consigliere federale svizzero Flavio Cotti negli uffici SMH.

La manifattura svizzera era in quel momento dominata principalmente da due grandi poli: ASUAG (Allgemeine Schweizerische Uhrenindustrie AG), fondata nel 1931, che controllava una parte fondamentale della filiera produttiva e SSIH (Société Suisse pour l’Industrie Horlogère), fondata nel 1930, era invece più orientata ai marchi (uno su tutti Omega) e alla loro distribuzione.

Con il peggiorare della crisi le banche svizzere creditrici dei due gruppi spinsero per una loro fusione, creando una struttura unica capace, idealmente, di competere con il Giappone: nel 1983 ASUAG e SSIH danno vita a SMH (Société Suisse de Microélectronique et d’Horlogerie). Questa nuova società riuniva tutti i marchi storici di SSIH e la capacità produttiva di ASUAG, mancava però un condottiero valoroso a capo di questa missione: ed è qui che entra in scena Nicolas G.Hayek.

La visione che rilanciò l’orologeria svizzera

Il suo approccio di “reverse engineering” gli permise di capire che il problema dell’orologeria svizzera non era la tecnologia ma il modo in cui veniva impiegata e comunicata in quel preciso momento storico. La sua visione di basava su alcuni punti chiave: uno su tutti mantenere la produzione in Svizzera, identificandola come tradizione manifatturiera nazionale, facendo tutto il possibile per evitare che le aziende venissero svendute e i dipendenti perdessero il proprio posto di lavoro.

La forza di creare un gruppo coeso stava anche nella maggiore facilità di approvvigionamento dei componenti, perché il controllo dell’intera filiera produttiva permetteva di ridurre la dipendenza da fornitori esterni, ottimizzare i processi e soprattutto creare economie di scala difficilmente raggiungibili da aziende indipendenti.

Infine un’altra sua scelta audace fu quella di vedere i movimenti al quarzo come un’opportunità e non come una minaccia: con questo spirito nasce Swatch nel 1983. Un brand dove l’automazione, un prodotto ben fatto e un marketing aggressivo ne spianarono il successo. Gli orologi Swatch erano molto più che economici orologi al quarzo, erano un prodotto industrialmente rivoluzionario, composti da soli 51 componenti, circa il 55% in meno rispetto agli altri orologi svizzeri al quarzo, avevano una produzione altamente automatizzata, costi ridotti e un approccio completamente nuovo alla comunicazione del prodotto.

L’ultima copertina del report annuale firmato SHM e il primo report annuale dello “Swatch Group”.

Nel 1985 Nicolas G. Hayek guidò un gruppo di investitori privati nel processo di acquisizione di SMH, la società che sarebbe successivamente diventata Swatch Group. Ne assunse poi la guida, ricoprendo il ruolo di Presidente e Delegato del Consiglio di amministrazione fino alla sua morte nel 2010. Nel 2003 affidò invece la direzione operativa del gruppo al figlio Nick Hayek Jr., che aveva già iniziato il proprio percorso in Swatch nel 1992, prima come responsabile marketing del marchio e successivamente assumendo ruoli manageriali sempre più rilevanti. 

La successione non fu però il passaggio di consegne a un unico erede: Nicolas Hayek coinvolse progressivamente tutta la famiglia nella realtà Swatch. La figlia Nayla Hayek, entrata nel Consiglio di amministrazione già nel 1995, è diventata Presidente del Consiglio di amministrazione del gruppo nel 2010 e CEO di Harry Winston dopo l’acquisizione del marchio nel 2013; il figlio Marc Hayek è invece oggi alla guida di alcune delle maison più prestigiose del gruppo, tra cui Blancpain, Breguet, Jaquet Droz e Glashütte Original. 

La visione di Nicolas G. Hayek non si è quindi esaurita nella rinascita dell’orologeria svizzera, ma è diventata un patrimonio imprenditoriale portato avanti da una nuova generazione, chiamata a confrontarsi con una sfida diversa: mantenere viva un’identità costruita su innovazione, indipendenza industriale e capacità di guardare oltre i confini tradizionali dell’orologeria.

Il progetto Smart

La genialità di Nicolas G. Hayek non si limitava però all’orologeria. Il successo di Swatch non era soltanto il risultato di una strategia industriale consolidata applicata ad un settore in crisi, ma la dimostrazione di un metodo più ampio: La visione di Hayek era fondata sul ripensare prodotti tradizionali focalizzandosi sulla semplicità, l’innovazione tecnologica e, aspetto fondamentale, la relazione che il consumatore aveva con essi. Un prodotto non doveva dunque limitarsi ad un ruolo accessorio, a svolgere una funzione, ma doveva riuscire ad entrare nella cultura delle persone.

Con Swatch Hayek senior era riuscito a trasformare uno strumento per misurare il tempo in un veicolo di espressione della propria personalità, in un oggetto capace di creare aggregazione, semplice, accessibile e desiderabile; la sfida successiva fu applicare il suo iter progettuale ad un mondo completamente diverso: l’automobile.

Alla fine degli anni Ottanta Nicolas G. Hayek iniziò a visualizzare una nuova forma di mobilità urbana. Nel suo immaginario l’auto doveva rispondere alle esigenze delle città sempre più congestionate, dunque diventare più funzionale e compatta, più efficiente e sicura, ma anche estremamente personalizzabile, dando così la possibilità al cliente di esprimere la propria personalità, esattamente come aveva fatto Swatch.

Il progetto venne inizialmente chiamato Swatchmobile e rifletteva gli stessi concetti che avevano guidato la nascita dell’orologio Swatch. L’obiettivo era innanzitutto ridurre la complessità produttiva, applicando una logica industriale basata sulla semplificazione dei componenti e sull’efficienza dei processi. La vettura avrebbe dovuto utilizzare materiali e soluzioni innovative, come elementi modulari e pannelli della carrozzeria plastici e intercambiabili, capaci di ridurre peso e costi ma anche di ampliare le possibilità estetiche offerte al cliente.

Uno dei primi prototipi del progetto “Smart”, 1992.

La personalizzazione rappresentava infatti un elemento importante nella visione di Hayek: non si trattava di creare un’automobile completamente su misura, ma di permettere al cliente di ordinare un modello che sentisse più vicino alla propria identità attraverso colori e dettagli differenti.

La logica era la stessa che aveva reso Swatch un fenomeno culturale: l’orologio non veniva più percepito soltanto come uno strumento per misurare il tempo, ma come un oggetto capace di raccontare la personalità di chi lo indossava, scelto in base al proprio stile e al proprio modo di vivere. Con la Swatchmobile Hayek voleva trasferire lo stesso principio al mondo dell’automobile, immaginando una vettura non soltanto funzionale, ma anche capace di creare un rapporto più immediato ed emozionale con il suo utilizzatore.

Prima di trovare un partner disposto a trasformare questa intuizione in realtà, Nicolas G. Hayek presentò il progetto della Swatchmobile a diversi costruttori automobilistici (Volkswagen era uno di questi), incontrando però inizialmente poco interesse. La sua idea era infatti molto distante dalle logiche tradizionali dell’industria: un’automobile compatta, modulare e fortemente legata al design rappresentava un approccio radicalmente nuovo per un settore abituato a ragionare principalmente in termini di prestazioni, dimensioni e status.

La show car presentata al Salone di Parigi, 1996.

Nel 1994 Hayek riuscì finalmente a coinvolgere Daimler-Benz AG (l’attuale Mercedes-Benz Group), dando vita alla società Micro Compact Car AG (MCC). La partnership nasceva dall’unione di due competenze complementari: da una parte la capacità innovativa e il design thinking di Swatch, dall’altra l’esperienza ingegneristica e produttiva di Mercedes-Benz.

Il progetto subì però importanti cambiamenti durante il suo sviluppo. La visione iniziale di Hayek prevedeva una vettura più vicina allo spirito Swatch, con il passare degli anni, tuttavia, le necessità legate alla sicurezza, alla produzione su larga scala e alla sostenibilità economica portarono il progetto a discostarsi progressivamente dalla visione iniziale di Hayek, avvicinandolo maggiormente agli standard dell’industria automobilistica tradizionale.

Nicolas Hayek a bordo della prima smart, 1998.

Nel 1998 arrivò sul mercato la Smart City Coupé, successivamente rinominata Smart Fortwo. Il nome stesso racchiudeva l’origine del progetto: SMART, acronimo di Swatch Mercedes ART, unione di creatività, ingegneria e design.

Nonostante il prodotto finale fosse diverso dalla visione originaria di Hayek, la Smart rappresentava comunque una rivoluzione concettuale: una vettura lunga poco più di due metri, progettata per muoversi negli spazi urbani, parcheggiare facilmente e ridurre l’impatto della mobilità quotidiana. Non era semplicemente un’automobile più piccola, ma un tentativo di ripensare il rapporto tra persone, città e trasporto.

Se Swatch aveva cambiato il modo di vivere l’orologio, Smart aspirava a cambiare il modo di vivere la città.

Ed è proprio questa ambizione a raccontare meglio la figura di Hayek: non soltanto un uomo che salvò un’industria in crisi, ma un imprenditore convinto che design, tecnologia e accessibilità potessero trasformare il modo in cui le persone vivono i prodotti della quotidianità.

Nick Hayek: la formazione e l’ingresso in Swatch Group 

Nick Hayek Jr. nasce a Zurigo nel 1954 nel contesto che, a questo punto, tutti conosciamo. Il duro lavoro e l’impresa sono parte della sua quotidianità ma sin da giovane dimostra interessi totalmente diversi rispetto all’industria manifatturiera: Nick Jr. è attratto dalla creatività, dallo storytelling, dalle persone e suo padre, saggiamente, non gli impone un destino in azienda.

Il suo fascino è tutto rivolto al modo in cui un prodotto viene raccontato e di come esso venga percepito dal pubblico finale. La sua ricerca dell’arte e di nuovi stimoli lo porta ad affacciarsi al mondo della cinematografia: tra gli anni Settanta e Ottanta lavora nel mondo dell’audiovisivo, occupandosi di regia, produzione cinematografica, documentari e spot pubblicitari.

La comunicazione resta il suo interesse principale e fonda una sua società di produzione video, impegnandosi a trasformare idee e prodotti in racconti capaci di conquistare il pubblico.

Nick Hayek: la formazione e l’ingresso in Swatch Group 

Nicolas G. Hayek e il figlio Nick Hayek.

Per molti anni Nick non dimostra alcun interesse ad entrare nella realtà di famiglia, sino a quando Swatch non attira la sua attenzione e la sua visione da creativo, come egli stesso ha dichiarato in un’intervista: “Lavorare per Swatch in quegli anni era davvero cool”. La libertà di espressione e le potenzialità del marketing di quel brand ben si sposavano con la sua creatività, inizia infatti a lavorare tramite la sua agenzia con il marchio, dal quale venne assunto solo diversi mesi dopo.

Nel 1992 entra come Vice President Marketing e da questo momento inizia la scalata all’interno del ramo manageriale che lo porterà a sostituire il padre nel ruolo di CEO di Swatch Group nel 2003.

Mentre molti dei più grandi dirigenti provenivano dalle scuole di management, Nick Hayek Jr. porta un approccio distruttivo all’interno di questo mondo: per lui la comunicazione avrà sempre un ruolo di rilievo e sarà un tratto distintivo della sua gestione del gruppo. 

Il suo metodo di fare impresa

Come vedremo ci saranno molte analogie tra la figura di Nick Hayek Jr. e quella di suo padre Nicolas, la complessità sarà spesso quella di riuscire a dare continuità a valori del passato in una realtà moderna dominata dai numeri. 

Per analizzare al meglio l’influenza di Nick sulle iniziative del gruppo Swatch proporremo un excursus articolato in tre punti che ben identificano la sua filosofia. 

Difendere la manifattura

Uno degli elementi chiave della gestione manageriale di Nick Hayek Jr. è la convinzione che un’azienda orologiera debba mantenere il più possibile il controllo della propria capacità produttiva. Un concetto introdotto dal padre grazie al suo approccio di reverse engineering, che abbiamo toccato nel primo capitolo, e ripreso dal figlio.

Per Hayek la possibilità di progettare, sviluppare e assemblare i propri prodotti internamente è sinonimo di libertà. Un concetto che si pone volutamente e profondamente in contrasto con l’esternalizzazione della produzione che fa da padrona in molte manifatture.

Durante gli anni Swatch Group ha dimostrato tutta la sua potenza economica acquistando realtà abili e capaci di soddisfare ogni richiesta, parliamo di aziende come ETA (movimenti), Nivarox-FAR SA (spirali e componenti dello scappamento), Comadur (zaffiro sintetico, ceramica e componenti hi-tech) e molte altre.

È dunque evidente come avere a propria disposizione imprese estremamente abili per ogni momento della fase produttiva abbia garantito a Swatch Group l’autonomia da eventuali fornitori esterni e la garanzia di potersi fregiare del marchio “Swiss Made”.

Nick Hayek: la formazione e l’ingresso in Swatch Group 

Nick Hayek, attuale CEO di Swatch.

Per Hayek dipendere da fornitori esterni significa perdere indipendenza, se un componente critico è prodotto da qualcun altro anche la capacità di innovare è nelle mani di terzi.

Uno dei temi più controversi della gestione di Hayek riguarda proprio l’azienda produttrice di movimenti ETA: essa ha fornito per anni movimenti meccanici e al quarzo all’industria orologiera svizzera, molti brand basavano interi cataloghi su questi movimenti.

Ci fu uno scossone generale quando prima Nicolas e poi Nick, possedendo di fatto l’azienda, si impegnarono per ridurre la quantità di movimenti che essa dedicava a terzi, certamente non per limitare le forniture alla concorrenza ma per spingere gli altri marchi a sviluppare competenze proprie, rendendo l’intero settore più solido e diversificato.

Infine un tratto che caratterizza Nick Hayek Jr., il più difficile da ereditare dal padre poiché il più rischioso, è la sua capacità di investire anche durante le crisi.

Convinto del fatto che i momenti di crisi del mercato siano temporanei e che, invece, le competenze industriali richiedano decenni per essere costruite, Hayek, a differenza di molti competitor, non ha mai applicato tagli al personale, alla ricerca o alla capacità produttiva, aumentando anzi gli stabilimenti, gli investimenti in macchinari e privilegiando una strategia di lungo periodo anche quando questa si poneva in contrasto con le aspettative di buona parte degli investitori.

Swatch: un laboratorio creativo

Tra i marchi del gruppo, Swatch rappresenta quello in cui la visione creativa di Nick Hayek Jr. trova maggiore espressione. Nato come oggetto emozionale, colorato e legato alla cultura contemporanea, sotto la guida di Hayek Jr. la sua capacità di trascendere il mercato è aumentata raggiungendo prodotti che, probabilmente, nessuno si sarebbe mai aspettato.

Parliamo ovviamente di produzioni come quella del MoonSwatch, l’idea commerciale più dirompente degli ultimi anni, presentata tra lo sgomento del pubblico nel 2022, diventando immediatamente un oggetto di culto.

L’operazione era certamente rischiosa: prendere una delle icone alla quale i collezionisti sono maggiormente legati, riformularla con materiali meno pregiati ed un movimento al quarzo, gli ingredienti per accendere uno dei dibattiti più accesi di sempre c’erano tutti.

Omega Moonswatch Mission To The Moonphase Moonshine Gold | Credits: Swatch Group

I timori erano legati al rischio che offrire al pubblico un Moonwatch più economico, in bioceramica, potesse indebolire il prestigio dell’icona originale, la realtà dei fatti ha però dato ragione a Nick Hayek. Questa eccezionale manovra ha generato nuova linfa nell’interesse verso il marchio ed il modello nello specifico e ha portato migliaia di persone ad appassionarsi al mondo dell’orologeria proprio perché avere al polso una versione più accessibile di un orologio aspirazionale li ha fatti sentire parte di qualcosa.

Il successo del MoonSwatch ha dimostrato proprio quest’ultimo tema: il lusso non può vivere isolato, spesso tende inevitabilmente ad escludere il grande pubblico ma ha bisogno di generare in esso interesse per mantenere il suo alone di desiderabilità. 

La seconda applicazione di questa filosofia arriva nel 2023 e racconta la collaborazione tra Swatch ed un altro brand interno al gruppo, Blancpain, attraverso il Bioceramic Scuba Fifty Fathoms.

Bioceramic Scuba Fifty Fathoms Blue Lagoon | Credits: Swatch Group

Il soggetto è l’iconico orologio subacqueo che negli anni Cinquanta ha delineato il proprio successo divenendo un riferimento per il settore: l’intento è nuovamente quello di prendere un’icona dell’orologeria, reinterpretarla, renderla più accessibile e avvicinarla al grande pubblico.

Nonostante la presenza del movimento System 51, coerente con l’impegno di Blancpain di non ricorrere a movimenti al quarzo, il progetto non riesce ad avere lo stesso allure del MoonSwatch.

La più recente collaborazione è un progetto che riporta l’attenzione dell’intero settore su Swatch Group perché, in questa occasione, la partnership non riguarda più due aziende sorelle bensì Swatch e l’icona del lusso Audemars Piguet.

Questa collaborazione è qualcosa di eccezionale per il movimento perché lega alla scanzonatezza di Swatch l’immaginario di esclusività e di prestigio di AP.

In questo caso il valore del progetto non è mai stato quello di offrire un’alternativa economica alla maison di Le Brassus, il tema che dovrebbe essere più evidenziato qui è il piacere di creare qualcosa di giocoso e di leggero condiviso da due industrie gigantesche.

Audemars Piguet & Swatch Royal Pop | Credits: Swatch Group

Questi tre progetti hanno segnato momenti di “hype” che, come detto, hanno attirato l’attenzione di un nuovo pubblico e rinforzato, in alcuni casi, il legame con la clientela di sempre, quello che però spesso è stato offuscato dal caos dei social è appunto il piacere di vivere con leggerezza le proprie passioni.

In futuro sarebbe sicuramente più piacevole leggere di utilizzatori che si godono il loro MoonSwatch senza futili confronti con il modello più nobile o acquirenti del Royal Pop che si divertono ad usarlo per quello che è, un accessorio che rappresenta design, identità e senso di appartenenza.

Romanticismo vs spreadsheet

La storia di Nick Hayek Jr. alla guida di Swatch Group è anche la rappresentazione di un confronto costante tra due mondi apparentemente opposti: da una parte la logica industriale, fatta di competenze costruite in decenni, investimenti e visione di lungo periodo; dall’altra quella finanziaria, che misura il successo attraverso margini, trimestrali e rendimento per gli azionisti.

È proprio in questo difficile equilibrio che emerge una delle caratteristiche più controverse della leadership di Hayek Jr.: la convinzione che un gruppo orologiero non possa essere gestito come una semplice azienda finanziaria, perché il valore di un marchio, di una manifattura o di una competenza tecnica richiede tempi molto più lunghi rispetto a quelli richiesti dai mercati.

Oggi Nick Hayek si trova davanti a una sfida diversa rispetto a quella gestita dal padre, ma per certi aspetti simile: non una crisi tecnologica come quella del quarzo, bensì una fase di trasformazione del mercato globale del lusso.

Negli ultimi anni Swatch Group ha dovuto affrontare un rallentamento della domanda, soprattutto in Cina, uno dei mercati più importanti per l’orologeria svizzera. Il gruppo ha visto una pressione crescente sui risultati economici, con ricavi e profitti sotto pressione rispetto agli anni di forte crescita post-pandemia.

Alcuni investitori hanno iniziato a chiedere un approccio più orientato alla redditività: maggiore disciplina sui costi e crescita dei margini. Il problema è che molte delle scelte di Hayek vanno nella direzione opposta rispetto a una logica puramente finanziaria.

Mantenere una grande struttura manifatturiera in Svizzera, investire nelle competenze interne, sviluppare movimenti e componentistica proprietaria significa accettare costi elevati nel presente per proteggere un vantaggio competitivo nel futuro.

Allo stesso tempo, anche la strategia di posizionamento dei marchi del gruppo è diventata oggetto di discussione.

Per sostenere la redditività, l’industria del lusso nel suo complesso ha progressivamente aumentato i prezzi dei propri prodotti. Anche Omega e Blancpain hanno seguito questa tendenza, avvicinandosi sempre di più alla fascia alta del mercato.

Ma il problema non riguarda soltanto il limite superiore del mercato, perché alla base della piramide, l’orologeria tradizionale si trova ad affrontare una trasformazione ancora più profonda: la diffusione degli smartwatch e la crescita di nuovi marchi indipendenti capaci di offrire prodotti meccanici dal forte rapporto qualità-prezzo hanno modificato il modo in cui molte persone si avvicinano al mondo dell’orologio.

È proprio in questa fascia intermedia, tra il prodotto accessibile e l’alta orologeria, che si gioca una delle sfide più importanti del settore: mantenere l’orologio meccanico desiderabile per nuovi clienti senza che la costante crescita dei prezzi li allontani.

Ed è proprio qui che torna il contrasto tra il “romanticismo” di Hayek e lo “spreadsheet” della finanza.

Per Hayek Jr. il valore di un marchio non è soltanto una questione di margini, è fatto di storia, persone, competenze, fabbriche e capacità di innovare.

La bandiera pirata appesa all’esterno dell’ufficio di Nick Hayek | Credits: Timeflies.ch

La logica finanziaria, invece, tende inevitabilmente a chiedere risultati misurabili nel breve periodo: proprio per questa ragione negli ultimi anni è tornata anche l’ipotesi di un possibile ritorno del gruppo a una società privata, una scelta che permetterebbe a Swatch Group maggiore libertà strategica, riducendo il peso delle pressioni del mercato finanziario e consentendo di concentrarsi maggiormente su investimenti e strategie di lungo periodo.

È evidente che però non sarebbe una decisione semplice: privatizzare un gruppo delle dimensioni di Swatch richiederebbe risorse enormi e un accordo con gli azionisti, ma il solo fatto che questa possibilità venga considerata mostra chiaramente il nodo centrale della leadership di Nick Hayek.

Le nostre riflessioni

La personalità di Nick Hayek Jr. è spesso divisiva ma sempre riconoscibile, ed emerge nella capacità di prendere decisioni controcorrente: difendere la manifattura svizzera quando molti avrebbero scelto di ridurre gli investimenti, interpretare il concetto di lusso con brand come Omega, creando poi novità dirompenti come le collaborazioni con Swatch.

Nel corso della sua carriera ha dimostrato di non temere il rischio, perché per lui l’innovazione nasce proprio dalla capacità di mettersi in gioco. Che il futuro gli dia ragione o meno, una cosa è certa: Nick Hayek Jr. ha lasciato un segno profondo nell’orologeria contemporanea, portando avanti una visione in cui tecnica, emozione e coraggio continuano a convivere.

A cura di Gabriele Passarella


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